"Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente." (K. Marx)

A PROPOSITO DI VOUCHER

A PROPOSITO DI VOUCHER

Di Maio giudica probabile la reintroduzione del voucher, anzi ne caldeggia la approvazione in alcuni casi specifici che vanno dai lavori agricoli, alle pulizie, al giardinaggio senza dimenticare il babysitteraggio, insomma casi che se approvati aprirerebbero la strada ad un utilizzo del buono massiccio e incontrollato come nel passato

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MA PERCHE’ LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE VIENE ESCLUSA DAI LIMITI IMPOSTI AL TEMPO DETERMINATO?

MA PERCHE’ LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE VIENE ESCLUSA DAI LIMITI IMPOSTI AL TEMPO DETERMINATO?

Il “decreto dignità” e le normative sul contratto a tempo determinato escluderanno la pubblica amministrazione.
Parliamo di oltre 3 milioni di lavoratori e lavoratrici a tempo indeterminato, altri migliaia con contratti precari e a tempo determinato. Il pubblico dovrebbe dare il buon esempio ma invece accade il contrario. Tutto ciò avviene mentre si ipotizzano tagli alla sanità e al welfare nella manovra economica di fine anno. Altri, meglio di noi, sapranno fornire spiegazioni giuridiche, tireranno in ballo la Madia ma alla fine il pubblico potrà continuare ad abusare dei contratti a tempo determinato, eppure proprio il lavoro pubblico avrebbe bisogno di un cambio generazionale capace di ringiovanire la forza lavoro piu' anziana della Ue. Non possiamo che constatare la continuità tra la Riforma Brunetta e la Madia, è pur vero che il lavoro pubblico è soggetto a regole diverse ma non per questo bisogna sottostare alla precarietà o , peggio ancora, pensare che il contenimento della spesa continui ad essere dominante.
Quindi nel pubblico non saranno introdotte le causali, i contratti a termine nella Pubblica Amministrazione sono per forza di cose casuali ma solo in teoria, basti pensare alle educatrici, ai tecnici, agli autisti degli scuolabus a tempo a sostituire personale di ruolo che non viene assunto o perchè non previsto nel Piano occupazionale triennale o per non superare i tetti di spesa.  Molte delle assunzioni a tempo nella Pubblica amministrazione di eccezionale hanno ben poco come del resto i contratti precari nella ricerca o le sostituzioni lunghe degli insegnanti.
Poi c'è l'interinale che nel corso degli anni non è cresciuto ma continua ad esistere per non parlare poi delle altre tipologie contrattuali precarie.

Altro aspetto importante è rappresentato dalla mobilità, prima delle assunzioni e dei contratti corre l'obbligo di prevedere bandi di mobilità da altri enti con il risultato che l'occupazione non cresce e la forza lavoro non si rinnova\ringiovanisce. Per anni invece di scorrere le graduatorie concorsuali si è fatto ricorso alla mobilità, esistono centinaia di esempi in tal senso senza che il legislatore sia mai intervenuto per porre fine a questa autentica vergogna.
Alcuni settori della Pubblica amministrazione subiscono ondate di tempi determinati e non ci sembra che la esclusione del pubblico dalle novità del decreto Dignità siano giustificabili soprattutto se per anni si rinnovano i contratti nella ricerca e nell'università o nella scuola .E il problema non puo' essere affrontato, e men che mai liquidato , con la cosiddetta indennità risarcitoria nel caso di superamento del tetto massimo per il tempo determinato
Per tutte queste ragioni, anche la Pubblica amministrazione ha bisogno di rivedere le normative sui contratti a tempo e precari nella direzione del loro superamento.

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NEBBIE E LUCI SUL TEMPO DETERMINATO.

NEBBIE E LUCI SUL TEMPO DETERMINATO.

Questa estate sicuramente non passerà senza che il decreto Dignità non rimetta mano anche alla disciplina dei contratti a termine.

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L’OPERAIO MASSA E LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (7-8-9 LUGLIO 1962)

L’OPERAIO MASSA E LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO (7-8-9 LUGLIO 1962)

Di Giuseppe Muraca.
Negli anni del boom economico una nuova schiera di operai venne assunta dalle imprese industriali del nord, proveniente dal mezzogiorno e dalle aree più depresse del nostro paese. Si affermava un nuovo tipo di operaio, il cosiddetto “operaio massa” (molto diverso dal vecchio operaio di mestiere), senza qualifica e non sindacalizzato.
Allora la FIAT era la più grande industria italiana, ma gli operai alla catena di montaggio erano costretti a lavorare in uno stato di totale isolamento, in un ambiente altamente nocivo e sottoposti a ritmi massacranti. <<Quando sono entrato lì mi sembrava di essere finito all’inferno. Scintille, fumo, fiamma ossidrica. […] chi entrava alla Fiat poteva considerarsi un uomo perduto, perché lavorare alla catena di montaggio toglie qualunque possibilità di fare qualunque altra cosa.>> (Testimonianza di Luciano Parlanti, in G. Polo, I tamburi di Mirafiori, Torino, CRIC, 1989). Il lavoro in fabbrica era quindi motivo di grave sofferenza e di alienazione. <<Al lavoro a catena, ripetitivo, monotono, psicologicamente distruttivo […], ai ritmi eccessivi e ai tempi sempre più stretti della catena, si rispondeva individualmente con due o tre giorni di mutua al mese “per non morire” […], per riposarsi un po’, per staccare un attimo.>> (D. Giachetti, Oltre il sessantotto. Prima, durante e dopo il movimento, Pisa, Edizioni BFS, 1998, p. 67). Cresceva così il malessere degli operai che spesso si tramutava in rabbia come segnale di una condizione ormai insopportabile, che a volte sfociava in veri e propri atti di violenza. <<A una rabbia indomabile nei confronti del padronato essi univano un’insofferenza per le regole e per il regime lavorativo e un viscerale rifiuto delle vecchie rappresentanze sindacali e politiche. “Questo tipo di opposizione non si accompagna ad alcun’ideologia politica precisa. E’ un rifiuto banale e spesso cieco delle strutture esistenti. Non si capisce l’origine dell’alienazione, ma se ne distruggono i simboli: la merce, la vetrina, il poliziotto che la protegge”>> (AA. VV., L’immaginazione e il potere, Roma, Editoriale L’Unità, 1998, p. 79).
Nel 1962 scadeva il contratto nazionale dei metalmeccanici e i sindacati confederali prepararono una piattaforma che prevedeva, tra l’altro, la riduzione della settimana lavorativa a 40 ore, il prolungamento del periodo di ferie, la riduzione del cottimo e dello straordinario, la possibilità da parte del sindacato di contrattare tutti gli aspetti del rapporto di lavoro. Nelle prime giornate di sciopero la partecipazione dei lavoratori fu abbastanza scarsa, ma lo sciopero indetto dalla FIOM e dalla FIM per il 7 di luglio registrò una massiccia partecipazione degli operai della FIAT: nella maggior parte delle fabbriche i picchetti bloccarono completamente la produzione, alcuni dirigenti vennero malmenati e davanti ai cancelli la polizia non riuscì a mantenere la calma. La Uil e la SIDA (Il sindacato padronale) siglarono subito un accordo separato con la direzione della FIAT, ma un gruppo consistente di lavoratori reagì a questo “tradimento” e si diresse verso piazza Statuto, dove si trovava la sede della UIL, per protestare energicamente. Subito intervenne la polizia che nel primo pomeriggio caricò un gruppo di manifestanti, che rispose all’attacco. La manifestazione diventò sempre più violenta, e per tre giorni la piazza torinese fu teatro di un duro scontro “tra dimostranti e polizia: i primi, armati di fionde, bastoni e catene, ruppero vetrine e finestre, eressero rudimentali barricate, caricarono più volte i cordoni della polizia; la seconda rispose caricando le folle con le jeep, soffocando la piazza con i gas lacrimogeni e picchiando i dimostranti con i calci dei fucili. Gli scontri si protrassero fino a tarda sera sia sabato 7 che lunedì 9 luglio 1962. Dirigenti del Pci e della Cgil, tra i quali Pajetta e Garavini, cercarono di convincere i manifestanti a disperdersi, ma senza successo.” (Dario Lanzardo, La rivolta di Piazza Statuto, Milano, Feltrinelli, 1979, p. 99). Il Partito comunista, la Camera del lavoro e la Cgil condannarono la rivolta degli operai; la stampa locale e nazionale li dipinse come ribelli, “teppisti” e “provocatori”. Anche il gruppo dei “Quaderni Rossi” condannò la violenza di piazza, ma in seguito, in un volantino rivolto agli operai della Fiat, chiarì meglio la sua posizione scrivendo: <<decidere tocca a voi, voi dovete prendere in mano il vostro destino. Questo sciopero è una grande occasione per far fare un passo avanti alla organizzazione della classe. Da questa lotta potrete uscire avendo fatto di ogni squadra, di ogni reparto, di ciascuno degli stabilimenti Fiat la realtà di una organizzazione, di una disciplina operaia capace in ogni momento di contrapporsi allo sfruttamento, agli arbitrii, al dispotismo del padrone e dei suoi lacchè>>. (Cronache e appunti dei “Quaderni rossi”, p. 92).
Quelle tre giornate di lotta segnarono una tappa fondamentale nella storia degli anni Sessanta e del proletariato industriale. Il bilancio complessivo dei tre giorni di scontri fu di 1251 fermati, 90 arrestati e rinviati a giudizio per direttissima, un centinaio i denunciati a piede libero; 169 i feriti fra le forze dell'ordine. Come risulterà al processo, due terzi degli imputati per le violenze di strada erano giovani immigrati meridionali.
Su quell’episodio di protesta ecco che cosa ha scritto Marco Revelli: “Cosa emerge alla superficie torinese in quel luglio 1962? […] In piazza Statuto vengono alla superficie i nuovi lavoratori della catena di montaggio, che erano un soggetto sconosciuto, per certi versi, nella Torino degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta. Erano un soggetto sconosciuto, che era cresciuto silenziosamente all'interno della fabbrica, ma che non aveva, fino ad allora, preso la parola né con linguaggio sindacale né per comunicare alla città la propria esistenza: erano lavoratori invisibili, o meglio: visibili solo nella forma dell'immigrato, visibili a Porta Palazzo, nei crocchi che si formavano la domenica, visibili a Porta Nuova, quando arrivavano con la valigia di cartone, visibili nel labirinto delle stanze a pagamento in cui dormivano a turno, le otto ore di notte quelli del turno di giorno e le otto ore di giorno quelli del turno di notte.
Ecco: era questo “popolo delle tenebre”, che si era formato all'interno della fabbrica e che invadeva ora la scena urbana e la invadeva nell'unica forma che conosceva, quella della jacquerie, della rivolta, ricordo dell'incendio del municipio o del lancio dei sassi. Era questo il nuovo soggetto, che poi, dopo che verrà chiuso il contratto del 1962, tornerà al silenzio per altri sei lunghi anni, e che riemergerà, in questa volta organizzata, con un proprio linguaggio, con un proprio discorso, nell'autunno caldo, nel biennio 1968-1969.” (Id., Le spie ricorrenti del disagio sociale: jacqueries, rivolte urbane, proteste giovanili, subculture della protesta, in C. Dellavalle (a cura di), Repubblica, Costituzione, trasformazione della società italiana. 1946-1996: percorsi di cittadinanza, Milano, F. Angeli, 2000.)

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TRA MISERIA E POVERTA’

TRA MISERIA E POVERTA’

Negli ultimi anni le famiglie in povertà assoluta sono in continua crescita, è sufficiente rinviare ai dati Istat o semplice guardarsi attorno, uno sguardo disincantato rivolto alle periferie, alle famiglie straniere. Partire dai dati è comunque sempre utile, come del resto per contravvenire il luogo comune della presunta invasione di migranti.

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