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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

Quella sera a Milano era caldo…

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Pasquale Valitutti, Lello, è un testimone “fantasma”, lo è da 45 anni. Lello è l’unico testimone non appartenente all’Ufficio Politico, non appartenente a nessuna forza di polizia, presente nel piano della Questura milanese da cui venne “suicidato” Pinelli, Pino. Da 45 anni Lello continua a ribadire con fermezza la sua verità perché “la verità non ha una sua variabilità”. Prima del 15 dicembre 1969, non conoscevamo Pinelli. Poi diventò uno di noi, per noi diventò la “Vittima” di quella “strategia della tensione” che fu agita dalle classi dominanti contro le nostre lotte e le nostre speranze. Riportiamo una parte di una conversazione che abbiamo avuto con Lello, in cui ribadisce la sua memoria dei quella notte del 15 dicembre nella Questura di Milano. Lello non ha mai subito alcuna denuncia per “falsa testimonianza”.

Domanda: è noto che hai già testimoniato e ricordato più volte i fatti che ti hanno visto testimone direttamente interessato e coinvolto in quei giorni della strage del 12 dicembre 1969. Sono eventi che dovrebbero essere molto conosciuti, fatti di grande importanza per la nostra storia, che oggi sono stati stravolti, ridimensionati, archiviati come parte della “pazzia” degli anni 60 e 70. Tu sei un testimone per certi aspetti unico di quelle giornate; puoi quindi contribuire a restituire una memoria viva che oggi appare lontana nel tempo soprattutto per i giovani. Iniziamo chiedendoti qual era il clima che si respirava fra gli anarchici all’indomani delle bombe di piazza Fontana. Tu quali ambienti politici frequentavi?

Lello: non è una storia semplice, io posso spiegarmi o non spiegarmi, però uno deve entrare in una situazione molto articolata. Sei obbligato ad immergerti in una atmosfera molto complessa. Vedo, dalle domande che mi vengono fatte, anche da compagni che hanno la mia età, che certe cose non sono chiare nemmeno a loro. Non devi meravigliarti che i giovani non capiscano o non sappiano; è una storia complicata che richiede anche una fatica mentale. Frequentavo poco il Ponte della Ghisolfa, di più lo Scaldasole. Quando mi chiedi qual era l’atmosfera bisogna sempre tener presente che la mia è una risposta soggettiva, non oggettiva. Altre persone, in altre situazioni, potrebbero dare risposte diverse. Posso semplicemente dire qual era la situazione per come la vivevamo noi che eravamo un gruppo di anarchici giovani, abbastanza nuovi, slegati dalle strutture tradizionali dell’organizzazione anarchica. Questo va chiarito. Nel 1968 era finita in un certo modo l’euforia del 68 e il movimento della sinistra si stava strutturando in una forma che a noi anarchici non è che piacesse tantissimo. Nasceva il Movimento studentesco con i suoi katanga, le strutture autoritarie contrarie alle nostre convinzioni. Il movimento anarchico era stata tirato dentro come responsabile di episodi particolarmente importanti come le bombe alla Fiera di Milano, le bombe sui treni del mese di agosto e di altri fatti minori. Indagavano sugli anarchici e quando la polizia inizia ad indagare non è che sei sereno, sai che non c’entri niente, però non puoi stare tranquillo. Cosa succede in quel periodo a Milano? Era arrivato da poco Calabresi, un anno o due, non ricordo con precisione, ma Calabresi, ben prima di piazza Fontana incomincia subito ad indagare sugli anarchici. Ne vengono arrestati parecchi per le bombe alla Fiera che poi saranno tutti prosciolti. Calabresi tenta di coinvolgere Valpreda e anche Pinelli perché era ferroviere. Anche per le bombe sui treni risulterà che le hanno messe i fascisti e che i compagni non c’entravano nulla. Pietro Valpreda decise allora di lasciare Milano per stabilirsi a Roma perché non ne poteva più di quella situazione; anche Pino era abbastanza seccato di quella situazione. Tutto sommato devo dire che questo clima non ci aveva tolto la gioia di vivere, non ci aveva tolto la gioia di fare attività politica e soprattutto non ci aveva tolto la gioia di sperare che un cambiamento sarebbe stato possibile. Il clima continuava ad essere abbastanza ottimistico, c’era quella situazione per cui si aveva voglia di andare avanti. Noi si continuava a fare battaglie sulle carceri, sugli sfratti, a fare campagne perché i compagni incarcerati potessero avere un processo veloce. Erano lotte che si facevano con serenità, con tranquillità, non c’era ancora quell’aria pesante che ci sarà dopo. Questo è quello che posso raccontare, è la mia percezione soggettiva. Quando ci sono dati oggettivi lo rimarco, lo dico.

Domanda: dove ti trovavi il giorno della strage di Piazza Fontana?

Lello: quel giorno mi trovavo a Senigallia nella casa dei miei, quindi vengo a sapere di Piazza Fontana quando non ero a Milano. Resto sconvolto dalla notizia di quello che era successo, ma non c’era neanche lontanamente l’idea della possibilità che si potessero coinvolgere gli anarchici. Era una cosa fuori dalla nostra immaginazione, fuori dalla nostra portata mentale. Poi mia madre si mette in contatto telefonico con me e mi dice: “guarda, è venuta a casa la Questura e ha preso tua sorella”. Mia sorella, poveretta, non si è mai interessata di politica: l’hanno letteralmente sequestrata. Arrivo a Milano il 13 mattina e vado in Questura dove rilasciano mia sorella. La Questura era strapiena di gente, sembrava una fiera; hanno fatto una retata prendendo tutti gli anarchici che conoscevano. In seguito siamo venuti a sapere, è un fatto storico verificato non una supposizione nostra, che da Roma era arrivato un telegramma che in pratica diceva: “investigate sugli anarchici”. Questo in sostanza voleva dire mettere le indagini nelle mani di Calabresi. Nell’Ufficio Politico della Questura (allora si chiamava così) c’era una separazione degli incarichi, c’era chi si occupava dei fascisti, chi aveva altri incarichi specifici. Degli anarchici se ne interessava Calabresi che iniziò le indagini facendo fermare tutti gli anarchici conosciuti. Quindi in Questura c’era un sacco di gente; passa il 13, passa il 14, di mano in mano le persone venivano rilasciate e mandate a casa.

Domanda: nei giorni di sabato, domenica e lunedì sei sempre rimasto nella Questura; non sei mai stato interrogato?

Lello: ogni tanto uno veniva preso e portato in una stanza e interrogato. Io non sono mai stato sottoposto a nessun tipo di interrogatorio, non ho mai dovuto firmare alcun verbale. Mi hanno fatto qualche domanda generica, oppure qualche battuta del tipo: “ah, come mai non eri a Milano? ah si, eri al mare…”, battute di questo tipo, nulla di specifico, nessuna contestazione specifica, mi spiego no?

Domanda: quindi arriviamo al tardo pomeriggio del 15 dicembre, in quanti siete rimasti nello stanzone? Cosa successe nelle ultime ore della giornata?

Lello: nel pomeriggio inoltrato di quel lunedì rimaniamo solo io e Pino. La stanza si era svuotata completamente, gli altri erano stati rilasciati, qualcuno portato a S. Vittore: gli si faceva passare una nottata in carcere. A questo punto i nostri due fermi erano del tutto illegali perché dopo 48 ore la Questura avrebbe dovuto avvertire l’autorità giudiziaria, la quale doveva convalidare il fermo o rilasciare il fermato. Pino era in Questura dal 12 pomeriggio, io dal 13 mattino, entrambi eravamo abbondantemente oltre le 48 ore di fermo. Nessun magistrato era stato informato della nostra condizione. Eravamo quindi trattenuti in Questura in modo illegale. Questo deve essere molto chiaro.

Domanda: nel tempo che sei rimasto solo con Pinelli, vi siete parlati? Avete scambiato qualche battuta?

Lello: si cercava di capire perché eravamo trattenuti. Io ero un ragazzo, ero sorpreso, un po’ inquieto, dicevo al Pino: “perché ci tengono ancora qui?”, lui mi tranquillizzava: “dai Lello non ti preoccupare, ci sentono e ci lasciano andare a casa”. Ricordo che lui era sereno, molto tranquillo; aveva più esperienza e quindi era molto sereno. Arriviamo a quando vengono a prendere Pinelli. Viene portato in una stanza per gli interrogatori. Ad un certo punto… ecco bisogna entrare in quell’ atmosfera per poter capire. A quell’ora lavorava solo l’Ufficio Politico della Questura intorno ai fatti di Piazza Fontana. C’era un silenzio terribile, ero solo in quello stanzone dove c’era una di quelle macchinette per il caffè. Ero seduto e di fronte a me c’era un’ apertura grande come 4-5 porte, molto grande. Un’apertura che dava sul corridoio, non arrivava fino al pavimento, ma non era nemmeno troppo alta. Dalla mia posizione potevo vedere bene il corridoio. Prima di mezzanotte, penso un quarto d’ora, venti minuti prima, così all’improvviso, iniziano ad arrivare dei rumori che provenivano dalla stanza degli interrogatori. Sentivo dei rumori che posso descrivere come un trambusto, delle voci con toni alti, un parlare concitato. Fino ad allora non avevo sentito assolutamente nulla, erano diverse ore che Pino era li dentro. All’improvviso sento questi rumori e mi allarmo. Allora cosa succede? Dopo un quarto d’ora, 20 minuti, sento un rumore che rompe il silenzio della notte, un tonfo in quel silenzio assoluto. Dopo pochissimo tempo sento spostarsi della gente nel corridoio, vengono da me: “cos’è successo?”, mi dicono: “si è buttato”. Arriva poi Calabresi che mi dice: “stavamo parlando tranquillamente, non capisco perché si sia suicidato”. Non gli ho chiesto se era nella stanza; mi ha detto: “stavamo parlando tranquillamente…” era evidente, per come l’ha detto, che lui era nella stanza. Non me l’ha detto esplicitamente, ma era assolutamente evidente che era nella stanza dove c’era Pinelli.

Vengo preso e portato a San Vittore, vengo lasciato li tutta la notte e alla mattina rilasciato. Dopo mi avvicina un avvocato che mi chiede: “Lello, ma hai visto qualcuno passare nel corridoio nei momenti precedenti l’assassinio di Pinelli? ( dico sempre ‘assassinio’ perché per me così è stato). Io dico: “no, non è passato nessuno; ho sentito dei rumori prima, 15-20 minuti pima, ma dopo non è passato assolutamente nessuno”, “ma Lello, non ti sarai distratto?”, dico “no, ero li di fronte alla porta, aspettavo di capire cosa era successo nella stanza degli interrogatori”. Ma quello, l’avvocato, insiste, tant’è che gli dico: “eh cavolo, te l’ho già detto, perché insisti così?” Allora, quando mi venne chiesto la prima volta se avevo visto passare qualcuno nel corridoio, io non sapevo ancora quello che aveva detto il commissario Calabresi, non lo sapevo proprio. In quel momento la mia testimonianza, in sé stessa, non voleva dire niente. Quando diventa importante? Quando smentisce quello che Calabresi aveva affermato. Infatti Calabresi aveva detto: “non ero nella stanza dove è morto Pinelli, sono uscito pochi istanti prima per andare nell’ufficio di Allegra”. L’ufficio di Allegra era di fronte all’apertura nella parete che ho descritto prima. Quando vengo a sapere cosa sostiene Calabresi capisco che ha mentito. Non è uscito nei momenti che precedono la morte di Pinelli, nell’ufficio di Allegra non c’è sicuramente andato. Lui si costruisce questa scappatoia; mi spiego no? “Ma come fai a essere così sicuro che non è passato?”, “ma guarda, ero attento, era buio, era tutto silenzioso, era impossibile non sentire rumore di passi nel corridoio. Poi il fatto che lui mi dica: “stavamo parlando tranquillamente…”

Questa testimonianza l’ho fatta al primo magistrato che mi ha interrogato, che mi sembra fosse Caizzi, a lui ho detto queste cose. Sono andato avanti 45 anni a dirle, sono sicuramente monotono e ripetitivo, però la verità non ha il dono della variabilità. Non può essere variata, modificata, è la verità.

 Domanda: poi hai sentito il trambusto e sei diventato più vigile e attento, difficile pensare che in una situazione del genere potessi essere distratto…

 Lello: è assolutamente impossibile, ero assolutamente sveglio e molto attento a quello che stava succedendo. La cosa divertente, e anche documentata da un rapporto scritto, è che lo stesso Allegra, il capo dell’Ufficio politico della Questura, ha detto, in un primo momento, che Calabresi, quando è caduto Pino, era nella stanza e lo stava interrogando. Lo stesso Allegra, interrogato in seguito, dirà: “mah, posso anche essermi sbagliato”. Allucinante, no?

 Poi, andiamo a quello che succede dopo. Viene convocata nella notte stessa una conferenza stampa con Guida, il questore di Milano, con Allegra che era il capo dell’Ufficio Politico e Calabresi. Su questo si possono anche andare a vedere i giornali dell’epoca. Questi tre sostengono all’unisono che Pinelli si è suicidato perché era il complice di Valpreda che è quello che ha messo le bombe e si è buttato gridando: “l’anarchia è finita”. Calabresi la racconta sempre in prima persona, eh! Non dice “non ero nella stanza”. Non dice: “mi hanno detto i miei… io non ero nella stanza”. Passa poco tempo, un paio di settimane e si rimangiano tutto: “non è vero che Pinelli è colpevole”.

Di questa storia hanno detto tutto e il contrario di tutto; perché tutte quelle versioni? Tutte quelle menzogne? Delle cose successe quella notte si sono sentite veramente delle cose caricaturali. Pensiamo solo al processo Calabresi-Lotta continua: ad un certo punto Panessa, che era un brigadiere presente nella stanza dell’interrogatorio, dice: “io ho cercato di fermare Pinelli e mi è rimasta una scarpa in mano”. Al che lo stesso Presidente lo riprende: “guardi brigadiere che Pinelli è stato trovato nel cortile con tutte e due le scarpe”. Tutti quelli che erano nella stanza dell’interrogatorio di Pino si sono dimostrati assolutamente incapaci di raccontare bene delle balle, assolutamente incapaci.

 Domanda: nei processi che ci sono stati su Piazza Fontana e sull’assassinio di Pinelli, sei stato chiamato a testimoniare?

 Lello: sono stato interrogato da Caizzi che aveva aperto un’inchiesta sommaria che è stata subito chiusa, come sappiamo. Poi sono andato a testimoniare al processo Calabresi-Lotta Continua. Ho detto esattamente le cose che ti sto dicendo, guardando Calabresi in faccia. Lui era difeso da un avvocato allora molto conosciuto, mi pare si chiamasse Lener o qualcosa del genere, Insomma, l’avvocato di Calabresi non mi ha interrogato, questo significa una sola cosa: ha ritenuto che fossi un testo inattaccabile. Poi ci fu la denuncia di Licia, la moglie di Pino, a seguito della quale è stata aperta un’indagine che venne affidata a Gerardo D’Ambrosio. Guarda caso si è dimenticato di interrogarmi; ha interrogato i poliziotti presenti nella stanza dell’interrogatorio, i quali erano tutti potenzialmente imputabili, quindi sappiamo bene cosa potevano dire, sempre tra molte contraddizioni.

 Domanda: eri l’unica persona presente in quel piano della Questura che non appartenesse in qualche modo alla polizia e hai sempre sostenuto le cose che stai dicendo. La tua testimonianza è fondamentale e capiamo bene perché sia stata sempre rimossa. Ti chiediamo un’ultima cosa sulla figura del commissario Calabresi. Negli ultimi anni è stato costruito su di lui l’immagine del poliziotto buono, dell’eroe positivo che lavora per il rispetto della legalità. In quegli anni tu eri a Milano, che ricordo hai di Calabresi?

 Lello: Calabresi ha accusato gli anarchici per le bombe alla Fiera di Milano e sono stati i fascisti, ha accusato gli anarchici per le bombe sui treni e sono stati i fascisti, ha accusato gli anarchici per Piazza Fontana e sono stati i fascisti. Volendo vederlo come investigatore è stato un fallimento completo. Tutto l’operato di Calabresi, dal primo all’ultimo giorno che è stato a Milano, denota un accanimento contro gli anarchici, già prima di Piazza Fontana. Potrei raccontare parecchie cose sul modo di fare l’investigatore; lui cercava di sconvolgere le persone che indagava. Prendeva informazioni sulla vita privata delle persone, su fatti strettamente personali che nulla avevano a che vedere con le inchieste, per usarli per destabilizzare l’indagato. Una tattica che usava l’Ovra, la polizia fascista, dei buoni maestri! Non era per nulla un poliziotto democratico, era un poliziotto più astuto degli altri da cui magari potevi prendere quattro schiaffoni.

 La strage di Piazza Fontana è stata una Strage di Stato contro le nostre lotte, per costringere sulla difensiva un movimento che era all’offensiva, per avviare, sull’onda dell’emozione per i fatti di Piazza fontana, una svolta di regime di tipo autoritario. L’operazione non è riuscita per l’enorme risposta che siamo riusciti a dare a tutti i livelli. Pino Pinelli, in quei tre giorni di fermo illegale aveva, con ogni probabilità, inteso il senso reale delle bombe del 12 dicembre, per questo non poteva uscire vivo dalla questura di Milano.

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