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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

Guerra alla guerra!

Guerra alla guerra!

                                                          LE DIFFICOLTA’ DELLA LOTTA ALL’IMPERIALISMO.

La guerra diffusa che incendia intere regioni del pianeta è il prodotto della crisi globale, della ricerca di nuovi equilibri geostrategici, della ripresa delle politiche neo-coloniali. Tornare a ragionare sui caratteri dell’odierno imperialismo e sulle pratiche di opposizione alla tendenza alla guerra è di vitale importanza per le nostre stesse lotte quotidiane. Se non ci occupiamo della guerra, sarà la guerra ad occuparsi di noi!

Nel corso degli ultimi due-tre decenni gli equilibri geostrategici hanno conosciuto profondi mutamenti. Il peso delle aree centrali del sistema economico internazionale ha subito un arretramento a favore dell’emergere di nuovi soggetti ricchi di potenzialità umane e naturali. L’area BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) ha raggiunto una quota di produzione di reddito pari a quasi il 40% di quello mondiale. Mentre l’asse atlantico (Stati Uniti- Unione Europea) ha subito una contrazione che l’ha portato a scendere al 45% del reddito globale. Il rimescolamento dei rapporti di forza economici internazionali ha messo in moto le potenze politico-militari dominanti (in sostanza i paesi aderenti alla Nato) con lo scopo di contrastare l’emergere di nuovi poteri globali in grado di erodere l’egemonia dell’area conosciuta come “Occidente”. La crisi economico-finanziaria, che si è manifestata in modo dirompente con il fallimento della Lehman Brothers nell’autunno del 2008, ha segnato un altro passaggio nella crescente difficoltà da parte degli USA a imporre la propria egemonia globale.

È in un contesto di questo genere, di seria messa in discussione dei passati equilibri geo-economici, che si trova l’origine della propensione all’utilizzo delle macchine militari nei rapporti internazionali.

Si può parlare di odierna “tendenza alla guerra”? sono prima di tutto gli avvenimenti, anche solo degli ultimi 15 anni, a dircelo. È l’acuirsi dei contrasti e delle contraddizioni profonde, all’interno della più grande crisi degli ultimi 80 anni, a indicarci questo rischio. Ma sono anche direttamente i centri di elaborazione strategica statunitensi, nei loro rapporti e progetti, a parlare con un linguaggio di guerra.

All’indomani del crollo dell’Unione Sovietica il “Piano Wolfowitz” dichiarava in modo esplicito che il fine strategico degli USA doveva essere quello di “prevenire il riemergere di un nuovo rivale, sul territorio dell’ex Unione Sovietica o altrove, che possa costituire una minaccia dello stesso ordine di quella rappresentata in passato dalla Russia”. Nel novembre del 2001, a poche settimane dall’attacco alle Torri Gemelle, mentre l’esercito USA entrava in Kabul, il generale Clark, riferendosi ai futuri progetti militari, così si esprimeva: “Attaccheremo sette paesi in cinque anni. Inizieremo con l’Iraq. Poi Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan, ci riprenderemo l’Iran in cinque anni”. Ancora nell’autorevole “Progetto per un Nuovo Secolo Americano”, la Cina viene individuata come il reale, pericoloso, avversario per la conservazione dell’egemonia statunitense.

Non servono analisi raffinate per comprendere che sotto l’incalzare della crisi economica internazionale e con il simultaneo emergere di concorrenti sui mercati mondiali le classi dominanti europee e americane siano disposte a utilizzare tutte le leve a loro disposizione per conservare il loro predominio. Quindi a mettere in campo le armi a loro disposizione: finanziarie, tecnologiche, del controllo delle informazioni e naturalmente la loro forza militare.

Di conseguenza l’attuale scenario dei rapporti geopolitici internazionali è segnato dalla ripresa in grande stile delle dinamiche imperialiste, un fenomeno che vede in campo diversi soggetti che operano in situazioni nuove rispetto al passato. Per noi, dal nostro punto di vista, manca quel protagonista che ha sempre qualificato l’azione antimperialista. In sostanza è assente il campo di forze che, lottando per sovvertire questo sistema, si oppone alle avventure militari neocoloniali. Mancano le forze rivoluzionarie che portino avanti il progetto di unificare il proletariato multinazionale. L’assenza di questi riferimenti politico-ideali internazionali spiega la grande difficoltà che abbiamo a sviluppare una pratica e una coscienza antimperialista e un rinnovato internazionalismo, presupposti indispensabili per poter incidere negli attuali rapporti di forza, che sono prima di tutto globali. Le guerre di aggressione hanno trovato risposte locali e nazionali da parte di forze prive di una complessiva visione antimperialista e non hanno potuto riequilibrare i rapporti di forza globali.

Eppure mai come oggi le nostre lotte e il nostro progetto politico sono condizionati e vincolati dal contesto internazionale, economico e geopolitico. Questo presupposto deve indirizzarci a volgere lo sguardo verso il teatro globale per coglierne le dinamiche, gli attori, le loro identità, i loro progetti, le ragioni economiche e politiche di cui sono portatori. Gli ostacoli che incontriamo ad assumere una visione antimperialista stanno nella difficoltà a individuare la “parte giusta”, a noi idealmente vicina. Non possiamo fare acrobazie per negare che , a differenza degli anni 70, oggi i conflitti sono interni al blocco capitalista. Come non possiamo attribuire a Putin posizioni “internazionaliste” o socialisteggianti, rispetto a cui è Putin stesso a dichiararsi estraneo. Né possiamo inventarci un “socialismo” in salsa siriana; Assad non si è fatto scrupoli a reprimere le aspirazioni di indipendenza dei curdi del Nord e ogni forma di opposizione. Putin difende spazi tradizionalmente russi dall’accerchiamento della Nato, così come Assad difende il suo potere “nazional-borghese” dall’aggressione dell’imperialismo Usa ed europeo (con il “socialista” Hollande in veste di capobanda ).

Questo significa che non dobbiamo schierarci nelle guerre di aggressione? Che non dobbiamo “sporcarci la coscienza”? e quindi non ci resterebbe che rivestire un ruolo di spettatori? Indifferenti all’esito delle guerre e dei conflitti in atto?

Le forze in campo non sono equivalenti, gli esiti degli scontri non possono esserci indifferenti. In campo ci sono aggrediti e aggressori, ci sono potenze che perseguono politiche di neo-colonizzazione economica e politica, di rapina delle risorse dei paesi aggrediti.

È urgente tornare a sviluppare la capacità di ragionare sulla compresenza di molteplici contraddizioni e di individuare quella che per noi è la “contraddizione principale” di questo tempo segnato dalla mancanza di un soggetto di classe autonomo a livello nazionale e internazionale. Nella attuale fase storica il centro propulsore dello sviluppo del capitalismo sta nelle politiche neoliberiste globalizzate, nel capitale finanziario e ha come soggetti sovrastanti le imprese globali monopolistiche. Da questo dominio nascono le politiche che distruggono stati (creando il terreno ideale per il radicarsi del fondamentalismo islamico), rapinano le loro risorse, azzerano gli spazi della stessa “democrazia rappresentativa” (del resto di tipo borghese), causano enormi flussi migratori che tra l’altro alimentano conflitti orizzontali fra i diversi segmenti del moderno proletariato.

Le nostre lotte, le nostre prospettive di liberazione dalla barbarie di questo sistema agiscono dentro questo quadro che contiene molte contraddizioni e per noi notevoli difficoltà a mettere in atto pratiche politiche antimperialistiche. Paradossalmente in questo tempo storico, in cui il capitalismo ha acquistato sempre di più una dimensione internazionale, i soggetti e i movimenti di opposizione al sistema rimangono ancorati dentro confini sostanzialmente locali e nazionali.

Diventa quindi necessario aggiornare la categoria dell’imperialismo, approfondire la conoscenza delle caratteristiche dei tanti conflitti locali che compongono oramai una consolidata “tendenza alla guerra”. Questo significa, per fare solo alcuni esempi, mantenere alta l’attenzione e la mobilitazione contro le basi Nato nel nostro paese, in particolare su quelle situate in Sicilia, una regione che diventa sempre di più un centro logistico a disposizione per le guerre nel bacino del Mediterraneo: da qui partono aerei e droni diretti nelle zone di guerra. Questo significa anche qualificare il movimento contro il Muos ( strumento fondamentale per la strategia di guerra USA in questa regione del mondo) anche in senso antimperialista. Significa contrastare i produttori e i mercanti di armi che, oltre a fare colossali affari, possono testare, nei teatri della guerra diffusa, nuovi tipi di armi sulla vita delle persone.

Schierarci contro le guerre di aggressione imperialista non significa affatto perdere la nostra identità perché i resistenti non sono per nulla quelli che vorremmo, non vuol dire rinunciare ad un progetto di liberazione dallo sfruttamento (che spesso e volentieri non è quello degli stessi resistenti) e dalla mercificazione generale che avanza. Vuol dire combattere lo stesso nemico che conduce la guerra contro di noi nelle periferie metropolitane, nei luoghi di lavoro, nei territori. Parafrasando un compagno: “se non ti occupi della guerra, sarà la guerra a occuparsi di te”.

Né a Genova, né da nessun'altra parte
Non ci sono misteri nella strategia della tensione...
 

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Domenica, 21 Ottobre 2018

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