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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

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La meritocrazia? È l’ideologia dei gruppi dominanti

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 La meritocrazia? È l’ideologia dei gruppi dominanti Uno dei capisaldi del capitalismo liberaldemocratico è costituito dalla meritocrazia che potremmo definire la ideologia dei gruppi dominanti.Ma dietro alla meritocrazia si celano ben altre questioni, ad esempio una sorta di ideologia che giustifica il potere delle élites, che a loro volta ripropongono il loro modello fatto di alienazione e supina accettazione delle regole imposte dai dominanti. Non saremo così stupidi a pensare che tutti svolgano il loro lavoro con la stessa attenzione e premura, ma la cultura del merito sta diventando una sorta di grande ideologia per giustificare le crescenti disuguaglianze sociali ed...
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I tifosi del nucleare

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Mentre la guerra in Ucraina ostenta un ulteriore inasprimento e prefigura da ambo le parti un  suo prolungamento che un Kissinger preoccupato azzarda a definire “guerra infinita” (v. qui), si incomincia a riflettere su quanto sia energivoro il “capitalismo della sorveglianza”, che sembra tener banco nella la contesa per la supremazia globale (v. Andreas Maln, Come far saltare un oleodotto, ed,Ponte alle Grazie).Siamo al cospetto di un conflitto armato a tutto campo, in allargamento spaziale e temporale e sempre più energivoro, che si pone di fronte ad un passaggio fatale dagli esplosivi inorganici e chimici, già ad altissima densità energetica, verso...
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Dov'è il fascismo oggi?

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Dov’è il fascismo oggi? di Stefano G. Azzarà (Università di Urbino)*PROCESSI DI CONCENTRAZIONE NEOLIBERALE DEL POTERE,STATO D'ECCEZIONE E RICOLONIZZAZIONE DEL MONDO1. Antifascismo degradato a propagandaNon c’è dubbio che in Fratelli d’Italia – il partito di Giorgia Meloni che tutti i sondaggi indicano come vincitore delle prossime elezioni con il 24% circa dei consensi – ci siano forti nostalgie fasciste o fascisteggianti. Diversi suoi esponenti nazionali e locali rappresentano già per la loro biografia la continuità con il MSI, la formazione che dopo la nascita della Repubblica italiana aveva raccolto gli eredi del fascismo sconfitto e che è stato a lungo guidato...
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Parlare di elezioni presuppone...

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Parlare di elezioni politiche presuppone per tanti\e schierarsi a favore di una lista: come redazione di Lotta Continua non intendiamo farlo. A muoverci non è tanto il vecchio anti-elettoralismo della sinistra radicale e antagonista ma l'esperienza degli ultimi decenniA noi pare evidente che queste elezioni vedranno la assai probabile vittoria delle destre, a cui cerca di opporsi (salvo averci governato insieme negli ultimi anni) il Partito Democratico con le consuete stampelle di sinistra, ancorati alla difesa acritica dell'agenda Draghi e supini ai dettami della Ue e ai parametri di Maastricht, nella speranza di sfondare definitivamente nell’immaginario dell’imprenditoria “illuminata” e avulsi dalle...
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Nel mirino: un Uomo e la sua Rivoluzione

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Cara Redazione,

Vi propongo per pubblicazione un saggio intitolato "Tra il Mirino un Uomo e la sua Rivoluzione". 

Questo saggio esplora le politiche e gli atteggiamenti malevoli degli Stati Uniti nei confronti di Fidel Castro e della Rivoluzione Cubana. Esamina gli sforzi dei funzionari statunitensi per uccidere Fidel Castro e punire il popolo cubano. Attraverso documenti del governo degli Stati Uniti formalmente classificati, articoli di giornale e fonti secondarie, questo articolo dimostra perché gli Stati Uniti fossero così determinati nel voler eliminare Castro e destabilizzare la Rivoluzione cubana dopo il 1959. Inoltre, questo lavoro mostra le ragioni, le intenzioni e le motivazioni alla base delle ostilità prolungate verso Cuba da parte degli Stati Uniti.

Inavvertitamente dimostra l'ipocrisia della posizione attuale della NATO nei confronti della Russia.

Allego la versione in Italiano.

Hasta la Victoria Siempre!

Stephen Joseph Scott

 

L'articolo è stato pubblicato in Inglese da Dissident Voice:
https://dissidentvoice.org/2022/04/between-crosshairs-a-man-and-his-revolution/

e da Hampton Institute

https://www.hamptonthink.org/read/between-the-imperialist-crosshairs-a-man-and-his-revolution

 

Nel mirino: un Uomo e la sua Rivoluzione

 

Gli Stati Uniti hanno da sempre, sin dalla propria fondazione, considerato l’annessione dell’isola caraibica di Cuba, come un evento predeterminato; una conclusione prestabilita, ed un inevitabile geografico. Capi di Stato, da Thomas Jefferson a James Monroe a John Quincy Adams, condivisero la convinzione, che la vicinanza di Cuba suggerisse un destino manifesto. Dalla metà del 19° secolo, la posizione degli Stati Uniti nei confronti di Cuba fu resa evidente dall’allora Segretario di Stato John Clayton: “Questo governo”, dicharò, “è risolutamente determinato che l’isola di Cuba non potrà mai essere ceduta dalla Spagna a nessun altro potere che gli Stati Uniti.” Il Segretario poi intimò che l’impegno della sua nazione per il possesso dell’isola è definitivo ed inalterabile: “La notizia della cessione di Cuba a qualsiasi potenza straniera sarebbe, negli Stati Uniti, il segnale istantaneo di guerra”. Queste affermazioni erano ora fondamentali, come ribadito dal senatore (e storico) dell’Indiana Albert J. Beveridge nel 1901, “Cuba è un oggetto di importanza trascendente per gli interessi politici e commerciali della nostra Unione” ed “è indispensabile per la continuità e l’integrità dell’Unione stessa”. Questi sentimenti furono poi codificati nella Costituzione cubana dagli Stati Uniti (dopo la guerra ispano-americana del 1898) nella forma dell’Emendamento Platt ratificato nel 1903. Lo storico Louis A. Perez lo descrive come “Un emendamento che ha deprivato la repubblica cubana delle leggi essenziali necessarie per la sovranità nazionale preservandone però l’aspetto, consentendo l’autogoverno ma precludendo l’autodeterminazione”, tutto questo in opposizione alla visione del patriota cubano José Martí del 19° secolo di un’isola-nazione veramente libera e autogovernante. In effetti, questa prospettiva storica si rivelerà nella strategia impiegata dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba per tutto il secolo successivo; fusa in una complessa rete di amichevole approvazione combinata con intimazioni di condanna, risentimento e rovina - il tutto convergendo nella Rivoluzione Cubana del 1959, che non solo sconvolse e sconcertò i politici statunitensi, ma, per la prima volta, sfidò i loro preconcetti storici di dominio egemonico. Al centro del loro smarrimento, critica, disprezzo e risentimento si trovò un uomo: Fidel Alejandro Castro Ruz. Pertanto, la politica statunitense diretta a Cuba, all’inizio degli anni ‘60, fu finalizzata per punire non soltanto l’uomo, ma la nazione cubana, e la sua gente, per la sua disobbedienza e sfida; e, come tale, fu mirata intenzionalmente a destabilizzare tutti gli sforzi di riavvicinamento, fino a quando Castro rimanesse in vita.                Sebbene l’intelligence statunitense durante gli anni ‘50 ebbe fornito all’amministrazione di Eisenhower resoconti dettagliati sui i pericoli posti dall’instabilità politica sull’isola, gli Stati Uniti continuarono a fornire sostegno economico, logistico e materiale alla dittatura impopolare comandata dal despota militare e “uomo forte” Fulgencio Batista (che era ritornato al potere tramite un colpo di stato militare nel 1952). L’intelligence statunitense comprese il potenziale pericolo rappresentato dal “giovane leader riformista” Fidel Castro e dalla sua banda di rivoluzionari. Castro e il movimento del 26 luglio furono la risposta ad un governo reazionario controllato dall’estero. Questa risposta rappresentava una minaccia diretta all’ordine naturale delle cose, vale a dire, la storica proibizione da parte degli Stati Uniti della richiesta di sovranità nazionale e autodeterminazione del popolo cubano. Gli Stati Uniti erano convinti che il popolo cubano, come la maggior parte degli stati latinoamericani, fosse “come un bambino”, incapace di autogovernarsi. Oltre a ciò, dopo la cacciata di Batista, e con l’animo vittorioso, un giovane Fidel Castro, il 2 gennaio 1959 (a Santiago de Cuba), lanciò apertamente la sfida, “questa volta, fortunatamente per Cuba, la rivoluzione non sarà abbattuta. Non sarà come nel 1895, quando gli americani arrivarono all’ultima ora e si fecero padroni del paese”. Quindi, come dimostra lo storico Jeffery J. Safford, questo rischio esistenziale, nella mente dei politici statunitensi, doveva essere affrontato, valutato e analizzato (almeno inizialmente) al fine di mantenere il risultato desiderato, ovvero eludere l’influenza comunista e mantenere la “stabilità” economica attraverso la protezione degli interessi degli Stati Uniti sull’isola di Cuba, indipendentemente dal costo.                Nel marzo del 1960, sottovalutando il successo e il sostegno per Castro sull’isola, Noam Chomsky rivela che “l’amministrazione di Eisenhower decise segretamente e formalmente di riconquistare Cuba... ma con una riserva: il tutto doveva essere fatto in modo tale che la mano degli Stati Uniti non fosse evidente”. In definitiva, i politici statunitensi volevano evitare un più ampio “contraccolpo di instabilità” in tutto l’emisfero invadendo apertamente la piccola nazione cubana. Detto questo, Castro e i suoi rivoluzionari compresero la cruda realtà e le nefaste possibilità che si insinuavano su di loro, data la storia di cambio di regime promossa dagli Stati Uniti in tutta la regione. Le accuse di Castro presentate alle Nazioni Unite, il 26 settembre 1960, in cui dichiarava che i leader statunitensi si stavano preparando ad invadere Cuba, furono respinte dal New York Times come “stralci di... propaganda antiamericana”. Inoltre, Castro fu deriso, dal rappresentante del congresso degli Stati Uniti James J. Wadsworth, per avere “fantasie di invasione da Alice nel Paese delle Meraviglie”. Ma Castro e i rivoluzionari cubani  sapevano bene come nota Aviva Chomsky che in Guatemala nel 1954 Ernesto “Che” Guevara fu testimone del primo intervento statunitense della Guerra Fredda nella regione quando le forze controrivoluzionarie addestrate e sostenute dagli Stati Uniti rovesciarono il governo democraticamente eletto di Jacobo Arbenz. In effetti, allo stesso modo, l’imminente assalto orchestrato dalla Central Intelligence Agency (CIA), noto come invasione della Baia dei Porci (BDP), sotto l’amministrazione Kennedy nell’aprile 1961, dipendeva fortemente da fazioni antirivoluzionarie, il popolo cubano, e l’esercito, insorto per unirsi agli invasori – cosa che, come la storia dimostra, e il giornalista David Talbot sottolinea, non avvenne. In fatti, Talbot spiega che per evitare il destino di Arbenz, Castro e Guevara fecero tutto quello che Arbenz non aveva fatto: mettere contro un muro i criminali del vecchio regime, cacciare gli agenti della CIA fuori dal paese, epurare le forze armate e mobilitare il popolo cubano... Fidel e Che divennero un’audace minaccia per l’impero americano. Rappresentavano l’idea rivoluzionaria più pericolosa di tutte, quella che rifiutava di essere schiacciata. Questa divenne un’epica battaglia ideologica nella mente miope dei funzionari statunitensi: la possibile proliferazione di un assortimento di feudi “dispotici” controllati da comunisti contro il mondo libero! In effetti, Arthur Schlesinger, Jr., assistente speciale e storico del presidente John F. Kennedy nel 1961-63, avvertì l’Esecutivo che l’idea di Castro di prendere la situazione nelle proprie mani, avesse grande sostegno non soltanto a Cuba ma in tutta l’America Latina, cioè ovunque dove la distribuzione della terra e altre forme di ricchezza nazionale erano in mano alle classi possidenti.  Ora i poveri e i disagiati, stimolati dall’esempio della rivoluzione cubana, domanderanno, nei loro paesi, una vita dignitosa. Questa era la minaccia fondamentale che Fidel Castro e il suo movimento ponevano al dominio egemonico statunitense.                I media statunitensi si concetrarono principalmente sulla difficile situazione degli esiliati cubani della classe media che scelsero di lasciare l’isola a causa delle politiche redistributive della rivoluzione. Gli esiliati cubani, in particolare le ondate iniziali, furono espropriati di ricchezze e posizioni sostanziali e spesso arrivarono negli Stati Uniti in condizioni pessime. Ma la domanda essenziale sul perché la maggioranza del popolo cubano fosse a sostegno della “dittatura”, come suggerisce lo storico Michael Parenti, fu ignorata sia dai funzionari pubblici americani che dalla stampa: Non una parola apparse sulla stampa statunitense sui progressi fatti dai cubani durante la Rivoluzione, i milioni che per la prima volta ebbero accesso a istruzione, alfabetizzazione, cure mediche, alloggi dignitosi e posti di lavoro.... Una vita sostanzialmente migliore rispetto a quella offerta dal “libero” mercato del regime di Batista sostenuto dagli Stati Uniti. Gli ideali rivoluzionari di Castro, basati sulla sovranità nazionale e l’autodeterminazione immaginate da José Martí ed uniti all’ideologia socialista della redistribuzione della ricchezza, armarono il popolo cubano con una formula che combinava riforma agraria e servizi sociali (cioè, istruzione, assistenza sanitaria, lavoro e alloggi) e che includeva la nazionalizzazione delle imprese di proprietà straniera; in quanto tale, i politici statunitensi si convinsero come rivela un rapporto dei servizi segreti che “La continua presenza di Castro come simbolo efficace del ‘comunismo’ e dell’antiamericanismo costituisce una vera minaccia in grado di poter influenzare il rovesciamento di governi eletti in una o più repubbliche latinoamericane.” Fidel Castro fu quindi messo nel mirino dell’azione segreta degli Stati Uniti. 

I funzionari americani ritenevano che l’eliminazione di Castro fosse essenziale al fine di  sopprimere i suoi principi socialisti, come dimostra lo storico Alan McPherson: “Nell’autunno del 1961, dopo il disastro di BDP, JFK diede l’ordine di riprendere i piani segreti per sbarazzarsi di Castro , se non esplicitamente per assassinarlo”. All’inizio del 1960, l’allora direttore della CIA, Allen Dulles, secondo cui Castro era un devoto comunista e una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti, i cui sentimenti rispecchiavano quelli del mondo degli affari rappresentati da William Pawley, l’imprenditore milionario, i cui importanti investimenti nelle piantagioni di zucchero cubane e nel sistema di trasporto municipale dell’Avana furono spazzati via dalla rivoluzione cubana. Così, i funzionari, lo Stato di sicurezza e gli interessi economici statunitensi si unificarono. Infatti, dopo l’arrivo di Fidel all’Avana su un carro armato nel gennaio 1959, Pawley, rampollo capitalista, fu preso da quello che Eisenhower definì un “odio patologico per Castro”, si offrì persino di pagare per il suo assassinio. Seguirono innumerevoli tentativi, quindi, l’uccisione di Castro divenne vitale per l’idea della “stabilità” emisferica degli Stati Uniti, cioè il controllo economico e ideologico capitalista; e in quanto tale, i servizi di intelligence credevano che la vulnerabilità politica del regime risiedesse nella persona di Castro stesso. Quindi, l’epurazione di Fidel Castro e la cessazione delle sue idee, attraverso la punizione del popolo cubano, divennero non solo la strategia d’elezione per gli USA, ma la loro dottrina autorevole. Di conseguenza, come verifica Wayne Smith, diplomatico statunitense di lunga data a Cuba, le due preoccupazioni principali degli Stati Uniti per le quali era necessario lo sradicamento di Fidel Castro erano: 1) l’influenza a lungo termine dei suoi ideali socialisti rivoluzionari in America Latina e oltre; e 2) la possibile istituzione di uno stato comunista di successo sull’isola che diminuirebbe la sicurezza, la statura, l’immagine, l’influenza e il prestigio degli Stati Uniti nell’emisfero; e, agli occhi del mondo.

Durante gli anni 1960-64, Castro ebbe buone ragioni per stare in guardia, come William Blum attesta “... il fatto che l’amministrazione Kennedy fosse profondamente imbarazzata dalla sconfitta ai BDP - anzi proprio per questo - una campagna di attacchi su scala ridotta contro Cuba fu avviata quasi immediatamente”. Quindi il procuratore generale Robert F. Kennedy dichiarò inequivocabilmente, come rivela Schlesinger, che il suo obiettivo “era quello di portare il terrore a Cuba”. RFK  proseguì sottolineando che l’eradicazione del “regime” di Castro era la principale preoccupazione politica degli Stati Uniti, informato la CIA che il problema cubano avesse, “... priorità assoluta nel governo degli Stati Uniti -tutto il resto è secondario- nè tempo, o sforzi devono essere risparmiati.” Oltre alle molteplici azioni segrete dirette a Cuba nell’ambito dell’operazione Mongoose, RFK e i capi di stato maggiore congiunti degli Stati Uniti, aiutati dalla CIA, implementarono un multi-piano di punizione articolato, incentrato su Cuba attraverso l’America Latina, che includeva campagne di disinformazione, sovversione e sabotaggio (chiamate politiche di difesa emisferica) che comprendeva un Programma di assistenza militare (MAP), che includeva supporto economico, addestramento tattico sovversivo e materiale, ideato per porre fine alla “minaccia” (cioè, Castro e le sue idee) istituendo una forza di sicurezza interamericana (di stati obbedienti) sotto il controllo degli Stati Uniti.

Con Cuba ormai nel mirino, all’inizio degli anni ‘60, lo storico Alan McPherson chiarisce che la CIA in quegli anni operò in sostegno degli emigrati anti-castristi, costruendo un’enorme stazione di addestramento a Miami, nota come JMWave, la seconda più grande dell’agenzia dopo Langley, in Virginia. In effetti, lì coordinò l’addestramento per l’invasione di Cuba del 1961 che fu poi un noto disastro. Al contrario, Daniel A. Sjursen, ufficiale dell’esercito americano in pensione, si concentra più su JFK (che sulla CIA) come colpevole dietro le crescenti tensioni tra i tre protagonisti principali. Nel 1962, con Cuba al centro, entrambe le superpotenze (gli Stati Uniti e l’URSS) si erano trovate in mezzo alla possibilità molto reale di una conflagrazione globale che, come afferma Sjursen, era principalmente dovuta alla arroganza di un “ossessionato” giovane presidente. Infatti, in preparazione per un incontro al vertice del maggio 1961 con Krusciov, Kennedy dichiarò “Dovrò mostrargli che possiamo essere duri come lui”. Sjursen sostiene che ogni decisione di Kennedy riguardante gli affari internazionali tra il 1961 ed il 1963 fu basata su un’interpretazione semplicistica ed imperfetta dei fatti e che, come conseguenza, portò il mondo sull’orlo della distruzione con la crisi dei missili cubani; e risucchiò l’esercito americano in una disastrosa guerra in Vietnam. Eppure, come sostiene Smith, Kennedy non era certo privo di arroganza, ma alla fine tentò di “disinnescare” la situazione. Kennedy, rivela Smith, fece certamente nemici all’interno dello Stato di sicurezza per, 1) il suo desiderio di porre fine alla Guerra Fredda, 2) il suo inizio di un riavvicinamento con Castro (il quale lo desiderava, anche se indirettamente) e, 3) il suo obiettivo di ritirarsi dal Vietnam. In effetti, con i negoziati Kennedy-Krusciov finalizzati dalla promessa di JFK di non invadere Cuba se le testate sovietiche fossero state rimosse dall’isola - Krusciov acconsentì, con sgomento di Castro, ma le tensioni diminuirono.

Comunque sia, sostiene Philip Brenner, professore emerito scuola dei servizi internazionali, la crisi non finì il 28 ottobre 1962 né per gli Stati Uniti né per l’URSS. Gli accordi Kennedy-Krusciov dovevano essere attuati. Il 20 novembre, lo Strategic Air Command degli Stati Uniti era ancora in allerta: piena disponibilità alla guerra - con la quarantena navale (cioè il blocco) saldamente in atto. Di conseguenza, Castro rimase aperto ai negoziati con gli Stati Uniti, ma allo stesso tempo cauto. Secondo l’autore James W. Douglass a questo punto Castro, come Kennedy e Krusciov, stava aggirando il proprio governo più bellicoso per dialogare con il nemico. Anche Castro stava lottando, ma intenzionato a trascendere la sua ideologia della Guerra Fredda per amore della pace. Come entrambi Kennedy e Krusciov, sapeva di dover camminare cautamente. Tuttavia, Castro sottolineò il fatto che l’Unione Sovietica non aveva il diritto di negoziare con gli Stati Uniti per le ispezioni o il ritorno dei bombardieri, Ma, annunciò che Cuba sarebbe stata disposta a conformarsi sulla base di specifiche richieste: che gli Stati Uniti ponessero fine all’embargo economico; terminassero le attività sovversive e cessassero le violazioni dello spazio aereo cubano; e ritornassero a Cuba la base navale di Guantanamo. Naturalmente, l’apparato di sicurezza degli Stati Uniti fu fermo nel suo rifiuto di concordare o addirittura negoziare la questione.

Nonostante ciò, un riavvicinamento (ideato dal diplomatico di Kennedy, William Attwood e dal rappresentante di Castro all’ONU Carlos Lechuga) fu tentato di nascosto attraverso un collegamento, il giornalista Jean Daniel del New Republic, il quale affermò che Kennedy, retrospettivamente, avesse criticato le politiche pro-Batista degli anni Cinquanta per “colonizzazione economica, umiliazione e sfruttamento” dell’isola e aggiunse che “pagheremo per quei peccati…”. Che può essere considerata una delle dichiarazioni più sfacciatamente oneste, riguardante Cuba, a nome di un presidente americano, nella lunga e complessa storia delle relazioni USA/Cuba. Daniel poi scrisse: “Potevo vedere chiaramente che John Kennedy avesse dei dubbi sulle politiche del governo nei confronti di Cuba e stava cercando una via d’uscita”. Nonostante la retorica combattiva di JFK diretta a Cuba, durante la sua campagna presidenziale del 1960, Castro rimase aperto e accomodante, capì le forze schierate sul presidente, infatti, vide la posizione di Kennedy come non invidiabile: “Non credo che un presidente degli Stati Uniti sia mai veramente libero... e credo anche che ora capisca fino a che punto è stato fuorviato. ...So che per Krusciov, Kennedy è un uomo con cui si può parlare....”

Nel bel mezzo di un incontro clandestino (organizzato da Attwood e sanzionato da Kennedy) con Castro, Daniel riferì che (alle 14:00 ora cubana) arrivò la notizia che JFK era morto (ucciso a colpi di arma da fuoco a Dallas, in Texas, lo stesso giorno, 22 Novembre 1963, alle 12:30), “Castro si alzò, mi guardò sgomento e disse ‘Tutto cambierà...’” ed ebbe ragione. Di conseguenza, con il nuovo presidente  Lyndon Baines Johnson consapevole del fatto che Lee Harvey Oswald era stato “proclamato” un devoto di Castro, un accordo con il governo cubano sarebbe stato molto più difficile. In quanto tale, il collegamento Attwood-Lechuga fu interrotto. Julian Borger, giornalista del Guardian, sostiene che “Castro vide l’omicidio di Kennedy come una battuta d’arresto, cercò di riavviare un dialogo con la nuova amministrazione, ma LBJ era ... troppo preoccupato di apparire debole nei confronti del comunismo”, i sondaggi d’opinione , e le loro conseguenze, prevalsero sul mantenere aperti i canali di comunicazione con il governo cubano. Il che ci induce a pensare che le relazioni con Cuba avrebbero potuto essere diverse se JFK non fosse stato assassinato.

Con l’amministrazione Johnson impantanata in una “guerra impossibile da vincere” nel sud-est asiatico e le battaglie per i diritti civili che stavano avendo luogo nelle strade degli Stati Uniti, Cuba e la sua rivoluzione persero l’attenzione. Nel 1964, l’amministrazione Johnson, preoccupata per l’opinione pubblica, come accennato, intraprese un’azione rapida e immediata per fermare il terrore deliberato perpetrato sul popolo cubano. LBJ, nell’aprile di quell’anno, chiese la cessazione degli attacchi di sabotaggio. Johnson ammise apertamente che “gli Stati Uniti avevamo operato un’impresa di omicidi (Murder Inc.) nei Caraibi”. Tuttavia, l’apparato di sicurezza nazionale (cioè la CIA, i capi congiunti e l’intelligence militare) insieme ai politici statunitensi (e con sede negli Stati Uniti gruppi in esilio cubani), rimasero ostinati, fermi e coerenti nel loro obiettivo: punire (se non uccidere) Fidel Castro e la sua rivoluzione, mantenendo un programma punitivo di strangolamento economico con la speranza che Castro divenisse, non solo isolato sulla scena mondiale , ma condannato dal suo stesso popolo che si sarebbe sollevato e avrebbe sradicato l’uomo e il suo regime socialista – cosa che come sappiamo non avvenne. Naturalmente, la cessazione della direttiva sulle ostilità ordinata da Johnson non includeva l’ostilità economica, che persistette per tutti gli anni ‘60 e oltre. In effetti, un agente operativo della CIA incaricato delle operazioni anti-Castro descrisse con precisione gli obiettivi sadici dell’agenzia espressi attraverso l’autore John Marks, spiegando: “I funzionari dell’agenzia credevano, ... che sarebbe stato più facile rovesciare Castro se i cubani fossero scontenti del loro tenore di vita, così che ‘Volevamo tenere il pane fuori dai negozi in modo che la gente avesse fame... Volevamo mantenere in vigore il razionamento...’”

Lo scopo del blocco economico rimase fissato dall’inizio degli anni ‘60 in poi: contenere, diffamare, screditare e distruggere Castro e la sua sperimentazione con, quelli che gli Stati Uniti consideravano, ideali comunisti sovversivi.

Infine, la posizione bellicosa degli Stati Uniti nei confronti di questa piccola nazione insulare si riaccese alla fine degli anni ‘60, non solo con una stretta economica, ma anche con operazioni di sabotaggio in piena regola. I primi atti del 37° presidente degli Stati Uniti, Richard M. Nixon in carica nel 1969 furono di dirigere la CIA ad intensificare le operazioni segrete contro Cuba. Nixon e il suo allora consigliere per la sicurezza nazionale, Henry Kissinger, credevano che l’aggressione militare, la violenza, la brutalità e l’intimidazione (unite a feroci sanzioni economiche) fossero la risposta necessaria per risolvere i problemi esteri. La politica degli Stati Uniti nei confronti di Cuba per più di sessant’anni evoca una famosa frase spesso attribuita ad Albert Einstein: “La follia è fare sempre la stessa cosa, ma aspettarsi un risultato diverso”. Quindi, Cuba socialista fu la conseguenza di una politica estera imperialista da parte degli Stati Uniti lunga e persistente: se gli Stati Uniti non avessero ostacolato la spinta di Cuba per la sovranità nazionale e l’auto-determinazione nella prima parte del 20° secolo; se non avessero sostenuto una sequenza di despoti tirannici sull’isola; e, se non fossero stati complici e sostenitori della manipolazione delle elezioni del 1952, un personaggio inestirpabile come il giovane riformista e socialista, Fidel Castro forse non si sarebbe mai materializzato. Alla fine, l’assurdo stratagemma statunitense riguardante l’assassinio e il soffocamento di Castro e della sua rivoluzione socialista è fallito, non solo attraverso il rafforzamento dell’immagine di Fidel sull’isola, ma anche all’estero. Ironia della sorte, gli Stati Uniti hanno contribuito a creare il proprio esempio di resistenza e opposizione, nell’immagine di Fidel Castro, Che Guevara e del popolo cubano, ovvero la rivoluzione - due uomini e una piccola nazione insulare che si oppose agli Stati Uniti e all’ordine capitalista globale e che non cedette mai alle pressioni imperialiste. Gli Stati Uniti ebbero paura non solo della sfida che la Rivoluzione del 1959 poneva al potere di classe, alla colonializzazione; ma anche della sua popolarità tra le genti del mondo - quindi, Cuba ed il suo esempio dovevano essere abbattuti con la forza attraverso politiche di embarghi commerciali, insieme alle minacce di violenza e isolamento ideologico. In effetti, la rivoluzione cubana si oppose con coraggio e tenacia agli Stati Uniti, resistendo specifici espedienti e progetti di dominio e sfruttamento economico e politico, per cui Fidel Castro e la rivoluzione cubana furono ritenuti minacciosamente, insidiosamente e interminabilmente responsabili...

By Stephen Joseph Scott

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L'indignazione occidentale per la guerra suona ipocrita nel Sud.

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L'indignazione occidentale per la guerra suona ipocrita nel sud.08 luglio 2022La sicurezza della popolazione non è una questione che riguarda i politici. La sicurezza dei privilegiati, dei ricchi, del settore degli affari, dei produttori di armi, sì, lo è, ma non del resto di noi.Di David Barsamian per JACOBINA novantatre anni, Noam Chomsky condivide ancora la sua conoscenza e saggezza con una generazione più giovane di militanti di sinistra. In questa nuova intervista, parla delle ipocrisie dell'impero americano e del perché è davvero essenziale ridurre immediatamente l'enorme budget militare per costruire una società dignitosa. Abbiamo trascritto quest'ultima conversazione che ha avuto...
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Riscaldamento globale e future pandemie.

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Riscaldamento globale e future pandemie.Uno studio pubblicato dalla rivista Nature indica che la migrazione degli animali dovuta all'aumento della temperatura globale e alla distruzione degli habitat causerà una "rete di nuovi virus" che potrebbero influenzare la salute umana. Come possibile piano di mitigazione, esortano i governi a migliorare il controllo zoonotico e la capacità di risposta del sistema sanitario.Il riscaldamento globale potrebbe innescare la prossima pandemia. Lo rivela lo studio scientifico intitolato "Il cambiamento climatico aumenta il rischio di trasmissione virale tra specie", pubblicato sulla rivista Nature . La ricerca analizza una futura "rete di nuovi virus" che salterà da specie...
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La carcerizzazione come soluzione dei problemi sociali negli Usa. Confronti.

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La carcerizzazione come soluzione dei problemi socialiPopolazione carceraria per Stato 2022Gli Stati Uniti hanno il più alto tasso di carcerazione al mondo. Questo nonostante il tasso di incarcerazione nazionale sia ai minimi degli ultimi 20 anni. Circa il 25% della popolazione carceraria totale del mondo si trova negli Stati Uniti, che detengono circa 2,19 milioni di prigionieri nel 2019 (1,38 milioni nelle carceri federali e statali, 745.200 nelle carceri). La carcerazione di massa negli Stati Uniti ha portato a diversi problemi. Tra queste ci sono le carceri sovraffollate, che comportano un aumento dei rischi per la salute e una diminuzione del...
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Come la Fondazione Gates sta spingendo il sistema alimentare nella direzione sbagliata

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Come la Fondazione Gates sta spingendo il sistema alimentare nella direzione sbagliatadi GRAIN | 28 giugno 2021GRAIN è una piccola organizzazione internazionale senza scopo di lucro che lavora per supportare i piccoli agricoltori e i movimenti sociali nelle loro lotte per sistemi alimentari controllati dalla comunità e basati sulla biodiversitàLa Bill and Melinda Gates Foundation ha speso quasi 6 miliardi di dollari negli ultimi 17 anni cercando di migliorare l'agricoltura, principalmente in Africa. Sono un sacco di soldi per un settore sottofinanziato e, per questo motivo, questi fondi esercitano molta influenza. Per capire meglio in che modo la Fondazione Gates sta...
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"No Lorenzo non ci siamo"

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 "No Lorenzo non ci siamo""Per i concerti ci sono i luoghi attrezzati e gli stadi. Forse vengono ignorati perché costano?Le coste italiane rappresentano un fragilissimo patrimonio pubblico di biodiversità da proteggere, già pesantemente compromesso da speculazioni, dissesti, inquinamento, cementificazioni selvagge, sfruttamento, erosione, cambiamenti climatici. Ma a quale scopo acconsentire ad eventi ad altissimo impatto con migliaia di persone ammassate nei luoghi più incontaminati? È questo il rispetto dell'ambiente che per un paese come il nostro dovrebbe essere la priorità? Le spiagge sono un ambiente delicatissimo con habitat e specie spesso molto sofferenti come il fratino in via di estinzione e la...
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Quando la guerra non salva più il sistema (due articoli dal Messico)

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Quando la guerra non salva più il sistemaRaul ZibechiDa: La Jornada  6/5/2022 (Città del Messico)Molti dati indicano che le grandi aziende del complesso militare-industriale stanno realizzando profitti succosi dall'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina. Ma altri dati assicurano il contrario. Dicono che la crisi capitalista si stia aggravando: la minaccia di una recessione negli Stati Uniti, l'aumento dei prezzi nel mondo, o le difficoltà della Cina nel mantenere le catene di approvvigionamento globali, solo per citarne alcuni.Possiamo essere d'accordo con William I. Robinson che le guerre hanno aiutato il capitalismo a superare le sue crisi e che hanno distolto l'attenzione dal deterioramento della...
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Le previsioni economiche tendono al brutto

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Le previsioni economiche tendono al bruttoVincenzo Comito 28 Aprile 2022 Sull’economia mondiale gravano minacce rilevanti, dal Covid in Cina a una possibile contrazione dell’economia Usa, alla guerra in Ucraina. Il Fmi stima un rialzo dell’inflazione al 7,4%, una contrazione della crescita del Pil mondiale al 3,6 con rischi di recessione in paesi fragili come l’Italia.Nuove stime non entusiasmanti e comunque molto incerteLe stime elaborate di recente dalle istituzioni internazionali sull’andamento delle varie grandezze economiche del mondo intero, nonché delle sue varie parti, non sono certo tali da poter tranquillizzare. In questi giorni abbiamo così avuto notizia delle ultime valutazioni relative all’andamento del Pil...
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Rivelati nuovi impatti del glifosato

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Rivelati nuovi impatti del glifosatoSilvia Ribeiro01 Maggio 2022L’Unione Europea ha deciso in passato di consentire l’utilizzo del glifosato, l’agrotossico più utilizzato nella storia dell’umanità, fino alla fine di quest’anno. La decisione è stata presa malgrado si sia a conoscenza del fatto che possa comportare danni gravissimi per la salute di ogni essere vivente sul pianeta. In primo luogo bisognerà tornare a chiedersene il perché e a rendere chiunque consapevole delle risposte, poi si dovrà impedire, con ogni mezzo necessario, che ci sia una nuova proroga. Oltre alle gravi conseguenze già note derivanti dall’esposizione diretta a questi agrotossici, diverse indagini si concentrano...
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Cosa farai da grande? Sulla profilazione precoce.

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Cosa farai da grande? Sulla profilazione precoce.Renata Puleo19 Aprile 2022Nella società della conoscenza, alimentata di continuo dai soggetti usati, riciclati, riformati mediante la formazione/valutazione per tutta la vita, si suppone che ci sia bisogno di profilare e orientare le persone dall’inizio, perfino i ragazzini, come ha raccontato qui una mamma indignata di Genova – in modo che siano pronte per il lavoro. La profilazione precoce, mediante l’osservazione e la valutazione dei comportamenti infantili e giovanili, serializzata in algoritmi, elabora e stabilizza il modello, fornendolo come altamente previsionale. Dei profili giovanili e adulti, in formazione e stabilizzati, fanno uso i media, i...
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L’Occidente va alla guerra

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L’Occidente va alla guerraAprile 1, 2022  di SANDRO MEZZADRA.Mentre la guerra non si ferma, vanno ridefinendosi gli schieramenti e gli equilibri su scala mondiale, nella prospettiva di un dopoguerra destinato a essere comunque segnato da dinamiche di militarizzazione e riarmo con cui dovremo fare i conti nei prossimi anni. Non formulo ipotesi sugli scenari bellici, ma certo una lunga durata della guerra in Ucraina (a bassa o alta intensità) non sembra sgradita ad alcuni dei più importanti attori globali. Questo vale per una parte almeno dell’estabilishment statunitense, come si è visto dal discorso di Joe Biden a Varsavia. Il logoramento della...
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Che fine ha fatto la crisi climatica?

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Che fine ha fatto la crisi climatica?Guido Viale  02 Aprile 2022La guerra in Ucraina ha avvicinato tutti all’olocausto nucleare, alla fine del mondo (leggi anche Abbiamo forse dimenticato l’orrore di una guerra nucleare? di Philip Webber). Ce lo fa immaginare: sia a coloro che lo prendono sul serio, considerandolo un rischio sempre più imminente, sia a coloro che lo sfidano, sicuri che la sua mostruosità sia sufficiente, se non ad allontanarne lo spettro, sicuramente a impedirlo, sia gli incoscienti – e sono i più – che non lo prendono in considerazione perché guardano il dito (la singola guerra) e non la...
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La guerra è fossile

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La guerra è fossileSimone Ogno 25 Marzo 2022L’industria dei combustibili fossili, oltre a produrre disastri con le conseguenze dei cambiamenti del clima, alimenta situazioni di violazione sistemica dei diritti umani e instabilità sociopolitica, ma anche i conflitti armati. Un concetto che la società civile e i movimenti per la giustizia ambientale e climatica denunciano da tempo e che ora è emerso con forza dopo lo scoppio della guerra in UcrainaFoto tratta dal fb di Andrea RussoL’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione russa ha fatto emergere con forza nel dibattito pubblico numerose questioni, alcune delle quali troppo spesso sottaciute da governi, multinazionali...
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Fenomeno covid. Logiche occulte di biopotere per la ripresa economica. Di Mariano Dimonte

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Ospitiamo questo contributo di analisi del dottor Dimonte, che ringraziamo,  sugli effetti nei rapporti di potere della gestione governativa del fenomeno covid. FENOMENO COVID.LOGICHE OCCULTE DI BIOPOTERE PER LA RIPRESA ECONOMICAMariano DIMONTEMedico, SociologoSpecialista in Radiodiagnostica, Specialista in Medicina NucleareServizio di Radiologia, Ospedale Civile di ScorranoASL Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. teoria sociologica critica, il pensiero marxiano e persino il motto della Royal Society inglese "nullius in verba" invitano a "non fidarsi delle parole di nessuno", cioè che nulla è come appare e non bisogna credere a tutto ciò che chi governa ci dice.Ciò in sostanza significa che le narrazioni ufficiali vanno studiate con scetticismo e...
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Navigare nella nostra umanità: Ilan Pappé sulle quattro lezioni dall'Ucraina

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Navigare nella nostra umanità: Ilan Pappé sulle quattro lezioni dall'Ucraina04 marzo 2022 Di  Ilan PappeUSA Today  ha riferito che una foto diventata virale di un alto edificio in Ucraina colpito dai bombardamenti russi si è rivelata essere un alto edificio della Striscia di Gaza,  demolito dall'aviazione  israeliana nel maggio 2021. Pochi giorni prima, l'ucraino ministro degli Esteri si è lamentato con l'ambasciatore israeliano a Kiev che “ci tratta come Gaza”; era furioso che Israele non avesse condannato l'invasione russa ed era interessato solo a sfrattare i cittadini israeliani dallo stato (Haaretz, 17 febbraio 2022). Era un mix di riferimenti all'evacuazione ucraina...
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Occidentali’s Karma. Alcune note sulla russofobia.

Russofobia.-Mille-anni-di-diffidenza
Occidentali’s Karmadi Giovanni IozzoliE adesso parliamo un po’ di sovrastruttura, che tra gas e swift non se ne può più! (scherzo, eh: senza parlare di gas non si capisce niente dell’Ucraina; l’importante è non fermarsi a quello…)In ogni teatro di guerra – mai definizione fu più pertinente, perchè ogni conflitto bellico è anche un grande allestimento scenico –, la costruzione retorica dei due campi avversi, quello glorioso e nobile dell’alleato e quello mostruoso e barbaro del nemico, è operazione bellica di primissimo piano. E questo fin dall’antichità – quando narratori, poeti, teologi e artisti venivano arruolati sui due fronti, come oggi...
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