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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

I bagliori del crepuscolo, autunno 1980.

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ASSEMBLEA AL CINEMA SMERALDO. TORINO 15 OTTOBRE 1980

(…) Infine prende la parola Giovanni Falcone. Il suo discorso è un lucido testamento politico collettivo, filtrato dal linguaggio caldo, diretto, dell’autobiografia: “Un compagno, poche sere fa – racconta a un uditorio fattosi d’improvviso muto – mi diceva: ‘è un fatto storico. Un altro compagno come noi aveva parlato nel 69, stavolta parli tu, e si chiude un’epoca. Allora si apriva, ora si chiude’. Mi lascia l’amaro in bocca questo. Perché per me dodici anni di lotta non sono stati semplicemente dodici anni di lotta così, ma è stata una lunga esperienza politica. Lo è stata per tutti. Ci pensate? Un emigrante che viene su dalla campagna come tanti altri, non riusciva a dire una parola…tanta timidezza – in parte ce l’ho ancora, ma molta è superata -, riuscire a fare discorsi politici. Voi pensare che la Fiat possa ancora tenere uno come m all’interno della fabbrica? Possa ancora richiamarlo?”. Falcone parla, sa che la partita è perduta, che la dirigenza sindacale che siede alle sue spalle è lontana da quei sentimenti, che tutto è già stato deciso. Parla per i suoi, perché quei 35 giorni, pur nella sconfitta, non perdano di senso. A un certo punto è interrotto dalla Presidenza, per ragioni di tempo: “Non ti preoccupare compagno – protesta -, dopo 12 anni mi cacciano fuori, concedetemi almeno di parlare ancora (applausi), perché io credo (tra gli applausi), credo che la possibilità come operaio Fiat, come delegato Fiat, non ce l’avrò mai più. Almeno ho la soddisfazione di aver concluso in bellezza, e sono contento di tutte le lotte che ho fatto, al di là che il padrone non mi riprenda più… (applausi scroscianti)”.
L’assemblea si concluderà, dopo più di otto ore di serrata discussione, con una mozione, approvata a stragrande maggioranza, con cui il Consiglio dei delegati della Fiat e i militanti operai presenti respingono nettamente l’ipotesi di accordo. Ma al momento del voto, in una sala stracolma, il vertice sindacale non c’è più. Nell’impossibilità di convincere in quadro militante, giocherà tutte le proprie carte l’indomani, nel tentativo di conquistare una massa ormai stanca e più facilmente manipolabile.
Il 16 mattina le assemblee si svolgono sotto una pioggia insistente. Per la prima volta, nella notte, la lunga estate si è rotta, è incominciato l’autunno. (…) Nel grande piazzale antistante la palazzina delle Meccaniche di Mirafiori, coperto di ombrelli e di uomini serrati l’uno all’altro in un unico, massiccio blocco. Al centro gli operai, ben riconoscibili dai volti segnati, dai giacconi pesanti. Sul fondo, un po' distaccata, la folla più rada dei capi e degli impiegati, gli impermeabili chiari, in tranquilla attesa. Sul palco improvvisato, Carniti. Lo speaker invita tutti a chiudere, per qualche minuti gli ombrelli, poi mette in votazione l’ipotesi di accordo “Chi è favorevole?”. Si alzano alcune decine di mani sul fondo. “Chi è contrario?”: una selva di pugni chiusi e di braccia alzate. “Chi si astiene?”: una mano solitaria si leva al centro del piazzale. Poi mentre i già i più vicini si apprestano a festeggiare, Carniti proclama: “L’accordo è approvato a larga maggioranza”.
Da Lavorare in Fiat di Marco Revelli.
Giovanni Falcone, delegato operaio di Mirafiori, militante di Lotta Continua.
 
 
La banalità del male
Riace delenda est, Riace deve essere distrutta .
 

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Lunedì, 19 Novembre 2018

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