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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

Raccontare la working class. Intervista a Alberto Prunetti.

2019-n.-1-pagina-13-B

 Sul numero di Lotta Continua in diffusione (scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

Innanzitutto grazie per la disponibilità. Sappiamo che non è semplice trovare degli scampoli di tempo per questo genere di interviste e quindi apprezziamo molto la tua disponibilità.

Abbiamo pensato a te per l’intervista perché’ grazie al tuo lavoro la working class, nelle sue sfaccettature contemporanee, torna ad essere protagonista, oggetto e soggetto di un tipo di narrazione ibrida, capace di unire analisi “sociologiche” e esperienze di vissuto personali e collettive. 

In tal senso la tua opera (pensiamo ad Amianto e 1o8 metri) contribuisce alla ricostruzione di un immaginario “proletario”, capace di tessere insieme la storia di tuo padre, operaio “trasfertista” che ha vissuto sulla propria pelle sviluppo e declino della realtà’ industriale italiana dagli anni '70 alla fine del secolo e la tua, lavoratore precario in oscillazione costante tra lavori cognitivi (traduzioni, ghost writing etc) e lavori manuali (ristorazione, lavoro in campagna, etc). Quale è il filo rosso che unisce questi due mondi apparentemente inconciliabili? 

Il filo rosso è quello della subalternità, dello sfruttamento e dell’oppressione. In entrambi i casi, padre e figlio si trovano di fronte a rapporti di forza che sono tutti a vantaggio della parte datoriale (del padrone). Certo, cambia molto lo scenario, il panorama, cambia quello che la parola lavoro designa. Ma il lavoratore oggi come ieri è sfruttato dal datore di lavoro, ossia dal padrone: in questo il lavoro non cambia. A partire dalla consapevolezza dello sfruttamento, il lavoratore deve riconoscere la sua parte, come antagonista a quella della parte che detiene i mezzi di produzione.

Un tema che traspare molto in 108 metri è quello della solidarietà tra lavoratori, che nonostante l’estrema frammentazione del mondo dei servizi sembra essere ancora forte, almeno in Inghilterra. In Italia hai riscontrato la stessa condizione? L’impressione che abbiamo è che le generazioni precarie abbiano ormai introiettato il mantra della competizione, della lotta senza quartiere tra sfruttati per qualche briciola in più del padrone oppure per l'affermazione del proprio potenziale creativo (penso ad esempio al mondo della grafica, del lavoro sul web dei protagonisti di un cognitariato in cerca di vie di fuga personali). 

Si, il mantra di Margaret Thatcher ha scavato nelle coscienze dei lavoratori, sempre più in competizione. “Non esiste la società, esistono solo gli individui”. Ossia entrate in competizione, lottate gli uni contro gli altri, sbranatevi. Il risultato è un lavoratore individualista, incapace di lottare in forma solidale per i propri diritti e per quelli della propria classe. Un lavoratore atomizzato, che cerca di qualificarsi per presunti meriti e che non rivendica diritti per tutti. Non cerca il conflitto con il datore di lavoro. Non c’è nulla di naturale in tutto questo: è il frutto di trasformazioni sociali e culturali, alimentate da precisi settori sociali. Ci han indotto a pensare che non esistano diritti per tutti ma solo privilegi per pochi. E il privilegio o è tuo o è mio. I diritti invece devono essere di tutto. Eppure, non c’è nulla in questo scenario che non sia irreversibile. L’Argentina degli anni Novanta era un esempio di società liberista perfetta. Dopo la crisi del 2001, le persone si sono salvate (dalla fame e dalla disoccupazione) solo grazie alle pratiche di mutuo appoggio, di solidarietà sociale tra gli sfruttati. Il punto quindi non è generazionale. I ragazzi sono individualisti perché lo sono anche i loro genitori, e lo siamo diventati perché l’individualismo a partire dagli anni Ottanta era l’unica forma di rappresentazione sociale che trovava posto nel discorso mainstream, dai media all’accademia.

Secondo te la narrativa working class può giocare ancora un ruolo nella ricomposizione di classe di quel caleidoscopio di esperienze lavorative etichettate genericamente precariato? Quali possono essere i canali di diffusione di una simile narrativa in un paese come l’Italia che non brilla certo per passione letteraria?

La narrativa working class serve a raccontarsi, a riconoscersi, a plasmare un proprio immaginario. Io capisco che ricchezza, lusso, esibizione facciano parte del mondo simbolico della classe imprenditoriale. Assieme al cinismo, alla competizione, allo spregio verso i poveri (Non si danno i primi senza i secondi, non esistono i ricchi se non ci sono i poveri). Il problema è quando questi simboli vengono desiderati anche da chi per definizione è escluso da quel sistema simbolico. E’ giusto sognare, ma non bisogna fare i sogni di altri. I sogni degli altri sono i nostri incubi: ci possiedono, ci forviano. Se lavori e sai che lavorerai tutta la vita, non devi sognare le ricchezze dei padroni, ma devi lottare per condividerle. Non devi sostituirti al padrone: lui è ricco perché non condivide. Bisogna socializzare la sua ricchezza, perché tutti i lavoratori abbiano vite degne, piene di significato, prive di sfruttamento. Quindi serve un immaginario working class: non si possono fare lotte (sindacali o rivoluzionarie) quando l’immaginario che ci sta in testa è ancora quello del padrone. E se siamo sconfitti nell’immaginario, se stiamo con la testa nell’immaginario del padrone, abbiamo già perso prima ancora di cominciare la battaglia. Il punto è: l’immaginario working class si costituisce coi libri? Anche. Ma i libri sono poca cosa senza i conflitti sociali. Serve il conflitto sociale per sostenere l’immaginario. Il conflitto apre la strada, i libri seguono. L’immaginario si forma a partire dai conflitti.

In questo lavoro di ricomposizione che ruolo può avere il sindacalismo di base? Al netto della generosità dei militanti di questo variopinto universo, spesso sembra che ci sia una tendenza alla riproduzione degli stessi meccanismi che hanno portato i confederali ad essere i più fedeli servitori del padronato: rivalità tra le varie sigle di base, ricerca costante di padrini politici, personalismi, tendenza masochista alla frammentazione.

Il sindacalismo è importante, il sindacalismo di base è importantissimo. Bisogna lottare per i lavoratori, non per il potere che nasce dal fatto di avere un mandato dai lavoratori. Bisognerebbe che i mandati sindacali fossero brevi e revocabili, che i lavoratori facessero esperienze sindacali, che i sindacalisti continuassero a fare i lavoratori. Al tempo stesso, le carenze di tanti sindacalisti non possono mettere in discussione l’importanza del sindacalismo, per la rivendicazione dei diritti e dei salari dei lavoratori.

Infine vorremo chiudere con una nota personale, purtroppo dolorosa. La storia di tuo padre, vittima dell’amianto, ci ricorda dei circa mille morti sul lavoro all’anno in Italia, senza contare infortuni e malattie. Gli operai ormai finiscono in prima pagina solo dopo tragedie particolarmente gravi, per poi scivolare di nuovo nell’oblio, Eppure, nonostante un corpus legislativo imponente, la strage continua. Come si può uscire da questa situazione? Spesso all’interno dello stesso mondo operaio sembra esserci rassegnazione e accettazione del rischio come connaturato al lavoro. Non credi che senza protagonismo dei lavoratori le varie norme sulla sicurezza siano un guscio vuoto? (per metterla in inglese servirebbe un enforcement operaio delle leggi su sicurezza e prevenzione, unito a una serrata opera di controinformazione come quella portata avanti da Marco Spezia, che forse conoscerai).

Certo, tutto questo parlare di sicurezza non produce affatto sicurezza. Più il padrone è forte, meno il lavoro è sicuro, perché al padrone la sicurezza la devi far ingoiare dal basso, con le lotte sociali. Puoi avere tutte le leggi del mondo sulla sicurezza attaccate ai muri del luogo di lavoro, ma se hai contratti di lavoro di paglia, se sei ricattabile, se lavori con un contratto di tre mesi, allora sarai costretto a qualsiasi pratica di lavoro, anche la più insicura. L’unica sicurezza possibile è la conflittualità dei lavoratori contro il datore di lavoro. Se la conflittualità è bassa, i lavoratori muoiono o si infortunano, come appunto succede adesso. Ripeto: i conflitti sociali sono la vera pietra miliare della democrazia e della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Alberto Prunetti (Piombino, 1973) Autore di una narrativa di opposizione, ha pubblicato PotassaIl fioraio di PerónAmianto, una storia operaia e 108 METRI The new working class hero.Traduttore e redattore di Carmilla, collabora con Letterariail manifestoLa Repubblica edizione toscana. Nel 2013 ha vinto il Premio Scrittore Toscano dell'anno

 

 

 

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