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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

Repressioni, sanzioni disciplinari e comuni storie di libero arbitrio

basta

Due giovani attivisti di Fridays For future di Padova sono stati denunciati per una pacifica dimostrazione in un negozio della Catena Zara, su di loro anche il bollino di pericolosità sociale.
Ora vi chiederete cosa abbiano fatto di così grave questi militanti ambientalisti per essere non solo denunciati ma ritenuti socialmente pericolosi dalla Questura della città veneta, ebbene non c'è risposta alcuna
Queste, e molte altre, sono le conseguenze dei meccanismi repressivi determinati anche dai pacchetti Sicurezza, ne sanno qualcosa operai e facchini che negli ultimi mesi hanno bloccato i cancelli delle loro aziende dopo essere stati sospesi o licenziati dall'oggi al domani.
Nel nostro paese si parla poco della stretta repressiva contenuta nei pacchetti sicurezza, non si parla dei fogli di via che a decine arrivano ad attivisti sindacali e sociali per allontanarli da un territorio dove hanno condotto iniziative di lotta.
Quanto accade nella nostra società avviene anche nei posti di lavoro, i sindacati dovrebbero riflettere a lungo sulla repressione che quando colpisce gli attivisti politici e sociali ben presto si accanirà anche contro i lavoratori e le lavoratrici.
E nell'ottica di ampliare i meccanismi repressivi si riscrivono anche i contratti nazionali del lavoro, arriva la stretta sui codici etici e disciplinari, l'obbligo assoluto di fedeltà aziendale, il rafforzamento dei meccanismi sanzionatori, per esempio laddove nel pubblico impiego si parla di  “determinazione concordata della sanzione”, il lavoratore sotto procedimento disciplinare rinuncia a un ricorso eventuale al Giudice del lavoro e accetta la sanzione del datore.
Non corrisponde a verità l'idea, da tempo luogo comune, secondo cui è impossibile licenziare nel pubblico impiego, non parliamo solo dei furbetti del cartellino ma anche di casi ben diversi.
L'ultimo contratto nazionale ha eliminato la possibilità di accordare il 50% della retribuzione a chi viene sospeso da 10 giorni a sei mesi, la sospensione da ogni forma di pagamento è pressoché totale. Il vero problema è rappresentato dalla facilità con la quale si può finire nelle maglie repressive di un datore di lavoro o della giustizia ordinaria, l'esempio iniziale dei giovani ambientalisti di Padova è eloquente ma potremmo parlare di tanti altri casi, dai fogli di via a Italpizza alle sospensioni accordate ai docenti per avere lasciato i loro alunni liberi di esprimersi contro esponenti del Governo passato.
La repressione può quindi colpire tutti\e, del resto i dispositivi repressivi esistono, possono anche restare dormienti per anni ma all'occorrenza basta applicare un codice o un articolo di un contratto, una regola cosiddetta etica aziendale per far scattare l'inesorabile processo repressivo. 
Ed è per questo motivo che sopprimere certi codici, come il pacchetto sicurezza, riscrivere contratti, sopprimere alcuni obblighi aziendali, è la sola risposta possibile se vogliamo disinnescare sul nascere i meccanismi repressivi, non accontentarci che i dispositivi siano inapplicati perché la loro stessa esistenza è una costante minaccia alla democrazia, alla libertà e partecipazione.

Federico Giusti – Pisa

 

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