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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

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“Pubblico” è veramente meglio?

pubblico

 Negli anni neoliberisti i settori pubblici hanno subito un forte ridimensionamento in virtu' della riduzione di fondi statali, in nome dei tetti di spesa, della perdita di tanti posti di lavoro in ogni comparto della Pubblica amministrazione, per i continui processi di privatizzazione che hanno investito soprattutto la sanità.

Si continua a pensare che pubblico sia anche il terzo settore dove la forza lavoro volontaria è sovente fuori da ogni forma contrattuale, non basta del resto operare per conto del pubblico quando hai una forza lavoro sottopagata attraverso contratti sfavorevoli, differenti datori e per sopravvivere devi subire i ricatti degli appalti al ribasso.

Al contempo non basta oggi riscoprire il pubblico senza una profonda revisione delle politiche operate negli ultimi 40 anni né tanto meno ripartire dall'art 3 della Costituzione secondo cui "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".

Ma tutti i cittadini sono veramente uguali? Ovviamente no, nelle patrie galere ci sono solo i disgraziati, i grandi evasori sono nei paradisi fiscali oppure possono aggirare le comparse in tribunale contando su avvocati di grido e legittimi impedimenti. Basterebbe vedere i milioni di lavoratori e lavoratrici migranti che a tutti gli effetti, in virtu' delle leggi sulla immigrazione, restano cittadini di serie b, sicuramente inferiori a quanti possano vantare avi italiani e acquisire la cittadinanza vivendo magari fuori dal nostro paese.

Ripartire dalla Costituzione non è sufficiente perché la stessa Carta non è stata di alcun aiuto a contenere o impedire le disuguaglianze sociali ed economiche e le sperequazioni esistenti. Vale lo stesso discorso per l'antifascismo e la memoria condivisa, chi invoca la lotta contro il razzismo e il sovranismo con i sovranisti governa d'amore e d'accordo.

In un paese nel quale la dignità sociale è calpestata con salari da fame, dai molteplici contratti esistenti nello stesso posto di lavoro, il richiamo alla Costituzione è mera retorica soprattutto se avviene da parte di chi per anni ha sostenuto i processi di privatizzazione e si è ubriacato dei luoghi comuni all'insegna della centralità del mercato.

La riscoperta del Pubblico è parte integrante del processo di ristrutturazione capitalistico del venir meno dei dogmi liberisti, serve più stato per i processi di riconversione e per accedere ai soldi del Recovery. Lo hanno capito gli Usa annunciando aumento delle tassazioni e riforma del welfare, lo comprendono anche i paesi della Ue che hanno allentato la morsa dei dettami di Maastricht.

Ma la loro nozione di pubblico è funzionale ai processi di ristrutturazione e non nell'ottica di ampliare l'intervento statale nell'economia, a tal riguardo ricordiamo il monito, a fine vita, di Federico Caffè che accusava i partiti di sinistra di essersi assuefatti alla moda di inseguire i luoghi comuni del mercato per costruire nuove alleanze e rinnovati blocchi storici.

Diffidare allora dei novelli difensori del pubblico diventa determinante specie se pensiamo alla necessità di combattere le crescenti disuguaglianze alimentate dalla pandemia e ormai insostenibili anche per il capitale.

Ma la riforma all'orizzonte del welfare rappresenta non tanto una sfida quanto una minaccia se a gestirla saranno i criteri delle pari opportunità o del presunto merito che alla fine si tramutano in una sorta di darwinismo sociale elitario.

Non  a caso nessuno parla di capitalismo di stato ma della rinnovata centralità del pubblico che non determinerà certo la fine del dumping sociale e il tramonto dei processi di esternalizzazione e degli appalti al ribasso. Se così fosse oggi non saremmo davanti alla richiesta di depotenziamento delle norme anticorruzione nei codici degli appalti per far ripartire i cantieri, non subiremmo la logica della sostenibilità finanziaria per gli enti locali o il pareggio di bilancio in Costituzione (per questo il richiamo alla Carta è una sorta di insopportabile retorica di apparato)

Prendiamo ad esempio il ruolo dello Stato di fronte al Recovery, serve lo Stato per accedere ai soldi europei ma i progetti da presentare alla Burocrazia Europea saranno quelli desiderati e invocati dalle imprese. Gli Enti locali a loro volta stanno concludendo accordi con le imprese private per costruire progetti infrastrutturali da sovvenzionare con soldi comunitari. È forse questo il ruolo dello Stato? Crediamo di no, piuttosto il rafforzamento del pubblico e dello Stato diventano indispensabili per raggiungere gli obiettivi del privato e consentire l'accrescimento dei margini di profitti tendenzialmente in caduta per gli effetti pandemici.

I novelli difensori dello stato sono gli stessi che annunciavano la lieta novella della convivenza e sussidiarietà tra pubblico e privato all'indomani della crisi dei subprime, oggi si invoca più Stato ma al contempo si piega la Pubblica amministrazione ai piani (e alle logiche) imposti dalla Bce. Si passa dalla logica del finanziamento statale alle imprese ad una sorta di condivisione con le stesse di interventi prioritari per la ripartenza ma in ogni caso il ruolo del pubblico resta in subordine a quello del capitale privato.

Siamo in presenza di una rottura radicale rispetto al passato? Crediamo di no, anzi dubitiamo fortemente dei novelli cantori del pubblico che nulla fanno per cancellare il Pareggio di bilancio in Costituzione e non a caso fanno riferimento a una Carta svuotata delle sue principali prerogative e ridotta ad essere una sorta di Tigre di Carta per riprendere Mao.

Come conciliare poi l'occupazione di qualità con la devastazione salariale imperante nel sistema degli appalti?

E quando si rivendica la partecipazione dei lavoratori alla organizzazione economica e sociale del paese si intende piuttosto costruire un asse con i sindacati rappresentativi per lo stravolgimento dei contratti di primo livello e il trionfo del welfare aziendale (a discapito di sanità e previdenza pubblica)

La dimensione collettiva della nozione di pubblico necessiterebbe di ben altro, ad esempio di maggiore democrazia e partecipazione nella società e nei luoghi di lavoro dove invece avviene l'esatto contrario con la criminalizzazione dei lavorativi più conflittuali e combattivi.

Rivendicare maggiori diritti ai cittadini è forse possibile mantenendo in vigore le leggi in materia di immigrazione o cedere ai dettami del capitalismo della sorveglianza?

Dietro alla rinnovata attenzione del pubblico si cela ben altro ossia la ristrutturazione dello Stato a fini capitalistici per ricostruire un welfare e un sistema di rappresentanza nei luoghi di lavoro diverso dal passato ma non per questo migliore. I rapporti di forza sono oggi più sfavorevoli del passato, dietro al rinnovato senso pubblico non si nasconde certamente l'accrescimento degli spazi di democrazia come dimostra il mancato dibattito sulle opere da intraprendere con i soldi comunitari.

Se qualcuno pensa che la democrazia si traduca nell'ennesima riforma del sistema elettorale (all'insegna del maggioritario e dei premi di coalizione come vorrebbe il Pd) alimenta la idea della governance piegando gli assetti istituzionali ai processi in atto. Ad esempio nessuno ha preso atto del fallimento della Del Rio con la distruzione delle Province ed oggi in fatto di politiche attive del lavoro e di manutenzione di strade e scuole si paga le conseguenze di quella Riforma pensata in funzione dello smantellamento del settore pubblico.

 E al contempo non vediamo alcuna autocritica rispetto alla autonomia differenziata che resta il cavallo di battaglia dei Governatori di centro destra e del Pd dimenticando che il ruolo delle Regioni nel combattere la pandemia non è stato, a dir poco, all'altezza dei compiti. Sullo sfondo di queste considerazioni intravediamo anche la volontà di rivedere gli equilibri istituzionali tra Enti locali, Regioni e Stato salvo poi scoprire che i tanto sbandierati diritti costituzionali in materia di salute e istruzione si sono dimostrati alquanto fallaci e diseguali.

Siamo certi infine che il decentramento sia servito per accrescere i servizi sanitari o piuttosto abbia favorito gli appetiti speculativi del privato?

Se vogliamo ragionare sulla centralità di un moderno ruolo statale non si può eludere la questione della libertà e della democrazia, non si può continuare con gli interessi privati in materia di istruzione e sanità oppure cedere alle lusinghe delle previdenze integrative sulle quali si basa la riforma della contrattazione.

Le preoccupazioni stataliste dell'ultima ora sono frutto della presa di atto che l'Italia da 30 anni ad oggi è in crisi di stagnazione, se il nostro Pil è in caduta libera mentre cresce quello di altri paesi europei non sarà anche risultato delle continue controriforme liberiste imposte dal centro sinistra e dal centro destra?

Un nuovo compromesso sociale è all'orizzonte per far ripartire la locomotiva italica, ma gli odierni assertori del pubblico sono gli stessi per i quali la centralità del mercato era un valore aggiunto.

Ecco spiegata la ragione per la quale diffidare del rinnovato statalismo italico.

Redazione pisana di Lotta Continua (Da: http://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com/ )

Il modello di sviluppo consumista
Maurizio Landini, il sindacalista venuto da Marte

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Lunedì, 17 Maggio 2021

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