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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

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La società pandemica? Miseria crescente e disuguaglianze in continuo aumento

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Quale definizione possiamo dare della povertà? Quando una persona, o sempre più diffusamente una famiglia, si trova in condizioni tali da non potere accedere all'insieme di quei beni e servizi che rientrano nel cosiddetto paniere, ossia sono ritenuti essenziali per acquisire un tenore di vita dignitoso.

Beni materiali ma anche servizi che nei mesi pandemici sono stati messi a rischio come dimostrano le migliaia di uomini e donne in attesa di visite e interventi che gli ospedali non riescono a garantire perché paralizzati dalla cura agli ammalati covid.

Nell'immaginario collettivo ha fatto breccia l'immagine di interi reparti ospedalieri convertiti in funzione anti covid dimenticando la fatiscenza di tante strutture sanitarie, i mancati interventi nell'edilizia sanitaria, le croniche carenze degli organici sanitari, insomma da uno Stato attento alle problematiche sociali ci saremmo attesi prima investimenti sociali e potenziamento della sanità pubblica come atti rifondativi della società post pandemica. Ma a ruota avremmo potuto auspicare una riforma del fisco e del welfare all'insegna della ridistribuzione delle ricchezze dopo i 40 anni neoliberisti che hanno arricchito una parte esigua della popolazione impoverendone un'altra assai più numerosa.

Il Governo Draghi sta lavorando per compiacere i desiderata della Ue e di Confindustria, davanti alla strage di infortuni e morti sul lavoro i sindacati rappresentativi si solo di vaghe promesse disposte ad accettare lo stravolgimento dei contratti nazionali come hanno fatto con il ripristino dei licenziamenti collettivi barattati con la promessa di qualche ammortizzatore sociale.

Perfino in ambito capitalistico è forte la spinta alla ridistribuzione per affermare un nuovo patto sociale che permetta di mettere mano a processi di ristrutturazioni senza dover fronteggiare il malessere e l'opposizione sociale.

Se all'orizzonte si intravede un nuovo patto analogo a quello del 1993 sarà il caso di ricordare bene le conseguenze di quell'accordo che ha sancito la perdita del potere di acquisto e di contrattazione e una involuzione neo-autoritaria dello Stato come dimostra anche il recente Green Pass (a prescindere dal giudizio sulle vaccinazioni)

Per chi avesse tempo e voglia di approfondire l'argomento si consiglia la lettura di un rapporto sullo stato della povertà (https://transform-italia.it/wp-content/uploads/2021/09/Cilap-PW-definitiva.pdf) per ricavarne una idea della crescente miseria che riguarda le famiglie italiane, la marginalizzazione dei minori (per fronteggiare la quale c'è sempre il degrado urbano e la militarizzazione della società) acuita dalla crisi del sistema scolastico e dallo smantellamento dei percorsi di formazione alternativi al percorso scolastico, dalla mancanza di infrastrutture che poi non sono strade e ferrovie ad alta velocità ma soprattutto l'accesso alla rete  e la disponibilità di strumenti informatici dentro una economia che non consideri il lavoro da remoto come un lusso (né tanto meno come strumento di stravolgimento delle dinamiche contrattuali dentro la cornice del lavoro a progetto e del cottimo più o meno mascherato)

I nuovi poveri sono quanti hanno perso il posto di lavoro e tanti finiti in cassa integrazione, un'area di marginalità crescente sulla quale la destra ha lanciato una sorta di Opa anche utilizzando le paure derivanti dall'assurdo green pass (mentre aree politiche e sociali che furono comuniste e classiste ritengono il foglio verde non una assurda imposizione ma una sorta di necessità).

La necessità di un nuovo patto sociale, analogo a quello del 1993, scaturisce dalla miseria crescente e dalla crisi che ha origine con il default finanziario, ed economico, del 2008 da cui non ci siamo piu' ripresi almeno nel vecchio continente.

Chi vuole cancellare “il Reddito di Cittadinanza” mira al rafforzamento delle disuguaglianze sociale e alla crescita della miseria, il Rdc va senza dubbio rivisto e corretto ma queste misure di sostegno al reddito familiare sono ormai indispensabili per arginare la crisi sociale con tante famiglie che pur lavorando percepiscono salari da fame.

E qui entra in gioco il salario minimo con tanti contratti nazionali che prevedono un costo orario della forza lavoro di pochi euro, anche contratti non pirata siglati da Cgil Cisl Uil.

Accrescere i salari e potenziare il welfare è la sola risposta possibile (che potremmo anche definire neokeynesiana) per arginare miseria e malessere sociale e non serve una legge sulla rappresentanza nei luoghi di lavoro per costruire il sindacato unico di Regime, servono invece interventi atti a recuperare potere di acquisto e di contrattazione, investimenti nell'educazione dentro una società che sappia includere e non criminalizzare la marginalità

Se il passo di occupazione cala soprattutto per i giovani la risposta non potrà essere quella di costruire contratti da fame per i neoassunti e l'inserimento lavorativo alimentando disparità economiche crescenti tra le fasce di età dei lavoratori e delle lavoratrici senza dimenticare che in tanti settori le paghe contrattuali sono ben al di sotto di quel salario minimo di cui si inizia a parlare.

Come vediamo la crisi pandemica ha acuito i processi sociali e imposto una ristrutturazione economica che impone delle scelte radicali anche a quella che fu la sinistra di classe nel nostro paese. E per scelte radicali non si intende solo la difesa dei posti di lavoro ma politiche conflittuali e rivendicative in ogni ambito, dalla scuola alla sanità, dal welfare agli ammortizzatori sociali, dalle libertà collettive a quelle sindacali.

Redazione pisana di Lotta Continua Da: https://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com

 

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