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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

Tra luoghi comuni e narrazioni tossiche: a proposito di capitalismo

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Imperversano luoghi comuni e mezze verità, narrazioni tossiche che dipingono i paesi a capitalismo avanzato come le nazioni dove sarebbe più facile trovare lavoro (ma ancora più facile è perderlo) . In realtà l’occupazione è quella a basso costo che richiede scarsa scolarizzazione, la parte debole della filiera produttiva occupata dalla forza lavoro spesso migrante, per eccellenza ricattabile e senza diritti (per esempio nei paesi dove i diritti dei migranti  e dei richiedenti asilo sono costantemente minacciati).

Ogni giorno, in Italia, leggiamo di professionalità mancanti perché il sistema scolastico e la formazione pubblica e privata non hanno provveduto a sviluppare percorsi di studio e di apprendistato adeguati a rispondere ai fabbisogni del sistema produttivo. Ma anche in questo caso si raccontano solo mezze verità perché da oltre 30 anni esiste uno scaricabarile tra pubblico e privato per decidere il soggetto adibito alla formazione, in fondo una questione di costi perché è più semplice barcamenarsi tra ammortizzatori sociali e prodotti a basso contenuto tecnologico piuttosto che avviare dei percorsi formativi in azienda.

In Usa, chi al lavoro viaggia sui social media è passibile di licenziamento e non parliamo solo di tempo sottratto al lavoro ma di qualunque azione che possa danneggiare l’azienda o piuttosto venga ritenuta tale. Le aziende hanno al loro interno unità preposte al controllo sistematico del personale, whatsapp diventa uno strumento di connessione 24 ore su 24 a costo zero, poi ci sono gli algoritmi e i sistemi informatici per controllare ogni attività tracciabile via internet.

I motivi di licenziamento negli Usa sono variegati, alcuni decisamente banali, basta la protesta di qualche lobby per perdere il posto di lavoro , parliamo di impieghi di bassa lega ma anche di managers, giornalisti, docenti universitari che hanno pagato caro qualche commento non political correct.

Il modello Usa non è democratico, il diritto del lavoratore è in subordine a quello del datore, i codici etici e il rapporto di fiducia giocano sempre a favore del più forte.
In numerose aziende esistono codici etici a uso e consumo della proprietà, al contrario non esistono diritti altrettanto definiti a favore della forza lavoro, tutto è legato a questioni generiche come il divieto di discriminazione legata al sesso, al colore della pelle, alla religione, o alla disabilità.

Ma negli Usa, come in Italia, aumentano i casi di licenziamento per un semplice post sui social network, non importa se affermi una verità, quella verità dimostrata e dimostrabile può essere vista come una pubblicità negativa della tua impresa. Perfino la sfera della privacy e dei comportamenti individuali, nei paesi che avevano fatto della privacy il loro vanto, viene ormai invasa tanto è vero che i comportamenti fuori dal posto di lavoro , se resi pubblici (basta una foto sui social) diventano motivo di licenziamento.

Insomma tutto ciò, a insindacabile giudizio del datore, venga ritenuto offensivo o tale da ledere la immagine aziendale, costituisce motivo di licenziamento, non importa che tu sia un impiegato modello e altamente produttivo sul lavoro, la tua condotta privata viene sempre e comunque presa in considerazione

Sono questi gli inviolabili cosiddetti codici di condotta applicati nelle aziende, vanno a ledere ogni giorno diritti individuali e collettivi, codici che stridono con il diritto ma vengono invece ammessi in nome del diritto di impresa, quel diritto che in casa nostra, a breve, potrebbe costituire una seria minaccia per i lavoratori in caso di cambio di appalto.

Alla luce di quanto scritto, qualcuno continuerà a credere alla storiella degli Usa come la nazione più libera del mondo?

Federico Giusti – Pisa

 

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