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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

Democrazia a suffragio limitato: come gli Usa si avvicinano alle elezioni di midterm.

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Tra meno di due giorni gli Stati Uniti andranno al voto per le elezioni di midterm,  così definite perché cadono a metà del mandato presidenziale. In ballo ci saranno tutti i quattrocento trentacinque seggi alla camera e trentacinque seggi (su cento) al senato.

 Al netto delle alchimie elettorali, una delle novità di questa tornata potrebbe essere un leggero aumento del tasso di partecipazione. La polarizzazione dell’elettorato attorno alla figura di Trump sembrerebbe aver risvegliato un pubblico altrimenti piuttosto indifferente rispetto alle scadenze elettorali di metà mandato.  Storicamente in questo tipo di appuntamenti meno del 40% degli aventi diritto si presenta alle urne. Quale che sia l’effetto Trump questo trend è tutt’altro che lusinghiero per un paese che continua ad avere la pretesa di “esportare” la democrazia in mezzo mondo. Uno scollamento così vistoso tra politica ed elettorato si può spiegare con fattori di natura economica e legislativa.

 Innanzitutto una larga fetta di elettori considera superfluo votare, in un sistema in cui le minoranze e le classi subalterne sono state letteralmente abbandonate a loro stesse, annichilite da bassi salari, militarizzazione del territorio e dalla recente epidemia di oppiacei. In un paese in cui entrambi i partiti (democratici e repubblicani) sono dominati dalle corporation e rispondono quasi esclusivamente ai consigli d’amministrazione delle grandi banche d’affari, non stupisce che la maggioranza della popolazione, strangolata dai debiti e dal ricatto del lavoro, semplicemente se ne freghi delle elezioni. La cinghia di trasmissione del debito, che attanaglia la vita di ogni americano middle class legandolo a doppio filo al datore di lavoro, vale anche per i due grandi partiti Usa. I costi esorbitanti delle campagne elettorali, salvo poche eccezioni, vengono coperti da generose “donazioni” di corporation e multinazionali, che il giorno dopo lo scrutinio passano a battere cassa. Non stupisce quindi che gli interessi dei lavoratori e della sterminata schiera dei subordinati passino in secondo o terzo piano e che costoro guardino quindi alle elezioni come uno spettacolo in cui hanno solo da perdere.

 In secondo luogo i repubblicani, negli stati del sud in particolare, attuano da sempre politiche di limitazione del diritto di voto. Ebbene si, nel 2018 il suffragio universale rimane ancora una chimera per la prima superpotenza mondiale. In Florida, ad esempio, chiunque sia stato condannato per una felony (un reato penalmente rilevante) perde per sempre il diritto di voto, anche dopo avere scontato la pena. Questa legge, solamente nel sunshine state, esclude 1,5 milioni (!) di potenziali elettori dal voto, in maggioranza membri di minoranze etniche.

 Un’altra tattica per limitare il diritto di voto, a scapito come sempre di poveri, afroamericani e latinos, è quella di rendere complesso il processo di registrazione alle urne. Infatti nei democraticissimi Usa occorre registrarsi per poter votare. Non esiste alcun automatismo. Perciò i legislatori hanno buon gioco nel pretendere approfondite documentazioni attestanti la residenza, con il risultato di rendere macchinoso e poco allettante il processo di enrollment nelle liste elettorali.  In uno stato in cui i lavoratori da sempre si spostano in cerca di condizioni di vita appena decenti, vivendo spesso in alloggi di fortuna, condividendo l’abitazione con amici o coinquilini sconosciuti, questo ostacolo spesso si rivela spesso decisivo.

 Infine le elezioni si tengono da sempre di martedì, in un anonimo giorno lavorativo di novembre. Questa scelta, unita ad una cronica scarsità di seggi nei distretti più popolosi contribuisce a scremare l’elettorato attivo e assicurarsi che il voto rimanga in buona parte un privilegio per il ceto medio alto.

 Il risultato è che le elezioni Usa, le cui conseguenze hanno una portata (purtroppo) planetaria, sono decise da una minoranza selezionata attraverso regole elettorali appositamente decise dagli apparati di partito.

 Certo, questo dato non ci stupisce, consapevoli dell’intrinseco classismo delle “democrazia” Usa. Tuttavia ci farebbe piacere che gli illustri commentatori che passano le loro tristi esistenze a fare le pulci a questa o quell’elezione in Sud America e in altri paesi “non allineati” all’imperialismo americano, utilizzassero la stessa perizia nello spiegare al pubblico nostrano in cosa consiste la meravigliosa democrazia Usa.

 Lorenzo (da New York)

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