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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

Gli italiani sono ricchi? i paradossi delle statistiche.

ricchi

Considerazioni sulle dinamiche economico-sociali in atto.

I dati aggregati, le fotografie dall’alto non riescono a rilevare uno dei più grandi problemi delle società odierne: la grande frattura sociale fra ricchi e poveri. Il recente rapporto Istat-Banca d’Italia, se analizzato in modo critico, conferma che ci sono due Paesi nello stesso Paese: c’è un’Italia che da più di venti anni è ferma, quando non si impoverisce, che vive accanto a un’Italia che detiene grandi patrimoni e che anche negli ultimi anni ha accresciuto la ricchezza finanziaria. Una situazione in cui è presente il paradosso di una fiscalità che picchia duro sul lavoro, mentre è leggera sulla rendita. L’introduzione della tassa piatta (la “flat tax”), come previsto dal contratto del governo giallo-verde e cavallo di battaglia di Salvini, non farà che allargare ancora di più la forbice che separa ricchi e poveri.

L’ultimo rapporto statistico prodotto dal lavoro congiunto fra l’Istat e la Banco d’Italia, reso pubblico il 9 maggio, ci trasmette la fotografia di una (apparentemente) elevata ricchezza delle famiglie italiane. Risparmi monetari, proprietà immobiliari, beni finanziari sommati raggiungono un totale che sfiora i 10 mila miliardi di euro in mano alle famiglie italiane alla fine del 2017. Una cifra indubbiamente molto elevata, anche in confronto agli altri paesi più sviluppati.

I mezzi di comunicazione che hanno trasmesso queste informazioni l’hanno presentata come una notizia che rovescia l’immagine consolidata di una diffusa povertà presente nel Belpaese: “Famiglie meno indebitate degli altri Paesi” (Il Sole 24 ore”), “Torna a crescere la ricchezza degli italiani” (La Stampa, il Messaggero), “La ricchezza delle famiglie torna a crescere, sorpassati i tedeschi” (Corriere della sera), ecc. Pochi commentatori si sono misurati con un’analisi un minimo critica delle grezze cifre statistiche. Proviamo a fare alcune considerazioni andando un po’ oltre un lungo elenco di dati che in quanto tale può apparire come la forza della realtà oggettiva, quindi indiscutibile.

Il rapporto ci dice che la ricchezza delle famiglie è cresciuta, nel corso del 2017, dell’1% (98 miliardi di euro, non poco). Si tratta di una crescita netta a cui quindi sono stati sottratti i valori passivi dei prestiti contratti dalle famiglie a breve, medio e lungo termine.

In cosa consiste concretamente questa ricchezza? Si tratta della fotografia di tutti i patrimoni posseduti dalle famiglie in un determinato momento. Al cui interno si possono distinguere attività reali (immobili, abitazioni, terreni) e patrimoni finanziari (azioni, soldi depositati in banca, obbligazioni, ecc.).

Il rapporto ci dice anche che sono state le attività finanziarie a produrre la crescita della ricchezza netta delle famiglie, al contrario le attività reali hanno registrato una diminuzione che si spiega con il peggioramento dei prezzi delle abitazioni. Possiamo supporre che la liquidità monetaria immessa in circolo dalla Banca Centrale Europea per accrescere l’inflazione (il “quantitative easing”) sia anche in parte finita nella speculazione finanziaria.

Dal punto di vista economico-sociale una prima considerazione va fatta: questo 1% in più, questi 100 miliardi circa in più nel solo 2017, sono andati ad accumulare ricchezza nelle tasche della minoranza già benestante. Non sono certo i proletari o la classe media in crisi che oggi possono permettersi di detenere prodotti finanziari.

Se confrontiamo il dato totale della “ricchezza degli italiani” che emerge dal Rapporto con il reddito totale disponibile, sempre alla fine del 2017, possiamo verificare come il primo sia più di 8 volte il reddito, una cifra fra le più alte nell’ambito dei paesi economicamente più avanzati. Non sarà che gli italiani abbiano un reddito pro-capite molto basso? Proprio così, infatti nella classifica del reddito pro-capite la posizione degli italiani scivola parecchio verso il basso. Vediamo meglio questo punto.

Semplificando il reddito disponibile è dato dalla quota dei salari dei lavoratori e dai redditi di capitale (profitti, dividendi, ecc.). Il reddito nazionale è dato dalla somma dei singoli redditi prodotti nel corso dell’anno. Comparando i due valori abbiamo da una parte la ricchezza finanziaria che aumenta, dall’altra “il ristagno ventennale dei redditi delle famiglie”, come scrive il rapporto Istat-Banca d’Italia.

L’economista Salvatore Morelli si esprime in questo modo: “L’Italia è uno dei Paesi dove il rapporto tra ricchezza aggregata totale e il totale dei redditi prodotti ogni anno è tra i più elevati al mondo, una delle nazioni a più elevata intensità capitalistica, dove la ricchezza vale molto più del reddito (…). Si accresce sempre di più il peso della ricchezza ereditata, della trasmissione dinastica patrimoniale, rispetto alla generazione di reddito. Una situazione dove, come è stato detto, il passato divora il futuro”.

Questi due dati (redditi e ricchezza accumulata) confrontati hanno evidenti implicazioni politiche e sociali. I redditi da lavoro sono fermi da 20 anni, da ben prima della crisi economica, mentre il capitale accumulato continua a crescere, non conosce crisi. La forbice sociale si allarga creando livelli di disuguaglianza che non hanno precedenti.

La disuguaglianza economica viene misurata utilizzando un indicatore statistico: l’indice o coefficiente Gini che può stimare la concentrazione della ricchezza in un paese, quindi le disparità della distribuzione del patrimonio economico.

L’Italia in Europa occupa il 20° posto come sperequazione economica nei 28 paesi dell’Unione Europea. Il dato del 2016 è stato il più alto degli ultimi 20 anni: più è alto il valore del coefficiente Gini, più è elevata la disparità economica. Fra alti e bassi la disparità economica nel nostro Paese continua a crescere.

Secondo il Rapporto sulla disuguaglianza in Italia, curato da Oxfam Italia, il 40% più ricco detiene l’85% della ricchezza, il restante 60% possiede solo il 15%. I 14 miliardari più ricchi d’Italia posseggono quanto il 30% più povero. Tutte le analisi mostrano come negli ultimi 20 anni le fasce della popolazione benestante hanno accresciuto i loro patrimoni. Con la crisi il fenomeno della sperequazione si è generalizzato e accentuato, assumendo particolari implicazioni politiche e sociali.

Va sottolineato come la disuguaglianza economica sia cresciuta praticamente ovunque, sia pure con ritmi diversi. Ovviamente la tassazione progressiva tende a ridurre, certo parzialmente, la forbice sociale, al contrario la flat tax (con cui dovremo presto fare i conti, con questo o con il prossimo governo) la allarga.

Si spiega in questo modo anche il motivo per cui in una situazione come quella italiana in cui i rendimenti finanziari sono più elevati dei tassi di crescita dell’economia, la propensione agli investimenti produttivi sia così limitata.

Da tempo l’ascensore sociale è bloccato, il patrimonio accumulato viene ereditato, oltretutto in assenza della stessa tassa di successione sui grandi patrimoni completamente soppressa dai governi di centrodestra. Si capisce anche come tutto il discorso sulla “meritocrazia” da parte delle classi dominanti sia aria fritta, fermo restando la nostra critica all’ideologia meritocratica.

Resta comunque il fatto che il valore totale della ricchezza delle famiglie italiane è pur sempre elevato. Come si spiega? Come si ottiene questo valore? Di quali famiglie si tratta? Quali considerazioni possiamo fare? Scendiamo a guardare più da vicino i dati del rapporto.

Il dato più rilevante fotografato dal rapporto Istat-Banca d’Italia riguarda le abitazioni il cui valore sfiora il 50% della ricchezza delle famiglie italiane. È noto che la proprietà immobiliare nel nostro paese si attesta su livelli molto elevati, i più alti in Europa. Anche in questo caso è opportuna un’osservazione più attenta per coglierne i diversi risvolti.

Da precedenti rilevamenti emerge come ci siano diversi casi in cui i proprietari delle case non ci vivono. Possiamo rilevare come si tratti di una conseguenza del grande inurbamento degli anni 50 e 60, la casa in questo caso la si può considerare come una eredità della condizione contadina. Lavoratori che si sono trasferiti dal Sud al Nord o che comunque si sono spostati dalle campagne alla città hanno, in molti casi, mantenuto la casa della località di origine.

Verso la fine degli anni 70 la soppressione del blocco dei canoni e il conseguente aumento del prezzo degli affitti, con il declino dell’edilizia pubblica hanno costretto molti italiani (di ceto medio, ma anche lavoratori con un salario sicuro) ad acquistare l’abitazione ricorrendo al mutuo. Un comportamento che si è portato dietro notevoli sacrifici economici anche per far fronte alle tasse, al costo della manutenzione, ecc.

Nonostante la grande diffusione delle abitazioni di proprietà, non mancano le contraddizioni e le linee di divisione di carattere economico. All’interno del 20% delle famiglie più povere sono presenti il 45% di affittuari. La crescita dei prezzi degli affitti ha dei tassi superiori rispetto all’aumento del reddito disponibile delle famiglie. Questa situazione nell’ultimo decennio della lunga crisi ha prodotto una diffusione degli sfratti che non ha precedenti nella storia della nostra repubblica.

Inoltre da tempo in molte grandi città gli affittuari sono spinti dal centro verso i quartieri periferici alla ricerca di affitti più bassi. Le cosiddette riqualificazioni dei quartieri centrali (il fenomeno della gentrification) delle aree storiche interessate ai flussi turistici, i progetti di rivalutazione urbanistica, fanno lievitare il valore degli immobili e di conseguenza i prezzi degli affitti. In un periodo come l’attuale, in cui i redditi non crescono, si apre una forbice fra affitto e reddito; chi non riesce a colmare questa forbice viene espulso e va ad accrescere la periferia abbandonata alla marginalità.

L’altra grande componente della ricerca sulle famiglie italiane riguarda i patrimoni finanziari che contribuiscono per il 41% della ricchezza accumulata. I dati confermano la tendenza degli italiani al risparmio. Nonostante le difficoltà economiche accentuate dalla crisi, si potrebbe affermare proprio per la crisi, molti proletari (soprattutto pensionati) tirano la cinghia per mettere da parte un po' di soldi. Risparmiano per affrontare un futuro percepito come insicuro e precario, lo fanno per i figli, per le cure mediche, ecc. Sono piccoli risparmi, quattrini immobilizzati in un conto corrente.

La netta linea di frattura di classe è evidente anche in questa componente della ricchezza delle famiglie. Sono quasi esclusivamente i ceti benestanti e parte della classe media a trasformare la liquidità monetaria in investimenti finanziari. I piccoli risparmiatori proletari, potremmo dire soggetti a un risparmio forzoso, mantengono il loro piccolo gruzzolo sul conto corrente.

Le oramai limitate isole felici del mondo proletario che riescono a rimanere a galla grazie alla casa di proprietà e ai risparmi (spesso degli anziani pensionati della famiglia) sono circondati dal dilagare della moltitudine del mondo dei “senza”: senza lavoro, senza tetto, senza salute, senza risparmi, senza risorse, senza diritti…

La persistente e continua polarizzazione della ricchezza ha evidentemente ripercussioni nel posizionamento politico e nella formazione delle soggettività sociali che andrebbero analizzate e comprese in modo dettagliato. Pensiamo, solo per fare un esempio, al comportamento politico elettorale dei ceti medi “spaventati dal pericolo di precipitare tra le fila del proletariato” (per citare Marx), al richiamo che esercitano sui ceti del moderno proletariato impoverito.  Per restare all’attualità rimarchiamo ancora il richiamo della foresta a un “fronte antitasse” che significherebbe strumentalizzare i proletari in funzione di massa di manovra per una battaglia che avrebbe esiti disastrosi per quel che resta dei servizi sociali a disposizione degli strati sociali che vivono in basso.

Redazione di Torino di Lotta Continua.

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