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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

50 anni fa iniziava la storia di Lotta Continua.

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Il 1° novembre del 1969, nel mezzo dei conflitti dell’autunno caldo esce il primo numero di Lotta Continua, si tratta di un numero unico. Non si può affermare che questa sia la data di “fondazione” dell’Organizzazione rivoluzionaria, non c’è stato insomma un congresso di fondazione, come spesso si è verificato in altre esperienze del movimento comunista e rivoluzionario. Né si può ignorare che non ci sia stato nulla in precedenza. I compagni e le compagne che si riconoscono nel periodico hanno vissuto in prima persona l’esperienza del Movimento Studentesco del 68, alcuni sono stati attivi nelle formazioni giovanili dei Partiti della sinistra storica, una parte significativa proviene da Il Potere Operaio toscano. Nei mesi precedenti studenti e operai che si aggregano attorno alla sigla Lotta Continua hanno partecipato alla “primavera” delle lotte autonome di Mirafiori, sono stati protagonisti dell’esperienza dell’Assemblea operai-studenti. È all’interno di questa esperienza che si delinea con maggiore precisione la componente che darà vita a Lotta Continua anche diversificandosi dai compagni che producono la rivista La Classe e che poi daranno vita a Potere Operaio nazionale, il cui giornale omonimo esce il 18 settembre.

L’dea del giornale era un’indicazione già presente nell’Assemblea operai-studenti, portata avanti in particolare dal gruppo di Adriano Sofri, ma non solo. In un documento (conosciuto come “documento Sofri”) il militante toscano scriveva:

Non ci aspettiamo la lotta armata per la presa del potere. Non ci aspettiamo la proclamazione del partito. Ci aspettiamo di consolidare in un numero crescente di situazioni un’avanguardia politica generale che maturi nel vivo delle lotte operaie e studentesche (…) Lo strumento più efficace al livello attuale delle avanguardie rivoluzionarie, parallelamente ai compiti imposti dallo sviluppo delle lotte è a nostro parere un giornale nazionale (…) Il giornale che noi proponiamo nasce dalla verifica di un’omogeneità iniziale, esplicitamente dichiarata ed è al tempo stesso lo strumento per la precisazione di una linea politica, via via più organica e generale”

La stessa uscita del giornale è un momento di un processo di formazione di un soggetto politico la cui costruzione è intesa come appunto come un “processo”, a differenza dei gruppi marxisti-leninisti presenti in quegli anni. Un processo strettamente intrecciato con l’evoluzione dello scontro di classe e non da esso separato.

Scriverà ancora Sofri, riprendendo le sue posizioni espresse nel dibattito “sull’organizzazione” del Potere Operaio toscano del settembre 1968 che si svolse a Pisa:

“Se l’organizzazione non è una tappa, ma un processo essa stessa, allora non esiste mai un momento determinato in cui l’organizzazione è acquisita, in cui l’avanguardia organizzata si cristallizza, si distacca dal movimento delle masse rischiando di anteporre una sua logica interna a quella della lotta proletaria. Se il partito significa questa cristallizzazione, siamo contro il partito… Ma se il partito è la costruzione all’interno di una giusta linea di massa, di una direzione politica sempre più unitaria e omogenea, non solo siamo per il partito, ma siamo convinti di costruirlo già oggi, quotidianamente, nella nostra pratica”.

Su queste basi inizia a formarsi Lotta Continua, la sola fra le principali organizzazioni della sinistra rivoluzionaria che si sforza di interpretare le grandi novità del secondo biennio rosso, il 68-69, nel tentativo di rispondere alle istanze dei nuovi movimenti di massa, rifiutando la ripetizione scolastica di esperienze del movimento operaio lontane nel tempo e nello spazio.

Il primo numero del 1° novembre 69 esce con una tiratura di 65.000 copie e porta la firma del direttore responsabile Piergiorgio Bellocchio che presta la sua firma per consentire l’uscita del giornale.

La prima fase della costruzione dell’organizzazione Lotta Continua avviene attraverso assemblee settimanali tenute in città diverse: Pisa, Venezia, Firenze, Roma, Trento, Genova, Pavia, Bologna, Firenze… I pulman partivano da Torino, dalla Fiat Mirafiori, alle 11 di sera il venerdì, quando finiva il secondo turno. Alcuni protagonisti delle lotte della grande fabbrica andavano in altre città a raccontare le loro rivendicazioni profondamente ugualitarie, le forme di democrazia diretta che nascevano dalle assemblee di fabbrica. Parlavano ad altri operai, a quei militanti del Movimento Studentesco che dopo la fine del Sessantotto avevano continuato a fare attività politica anche al di fuori dell'Università. Poi ripartivano, lasciando alle loro spalle coaguli organizzati. Lotta Continua nacque così, si organizzò così. Un'organizzazione itinerante di questo tipo a sinistra non si era mai vista. O forse si. Qualcuno ha ricordato il precedente degli Industrial Workers of de World, fondati a Chicago il 27 giugno 1905.

 

 Qui di seguito la presentazione del primo numero di Lotta Continua:

QUESTO GIORNALE

Lotta Continua 1° novembre 1969 – Numero unico

L’idea di questo giornale è quella di trovare i nessi per saldare le lotte operaie con quelle degli studenti, dei tecnici, dei proletari più in generale, in una prospettiva rivoluzionaria.

L’esigenza di uno strumento di intervento generale nella lotta di classe, che rappresenti un elemento di continuità e di maturazione politica complessiva nell’alternarsi delle varie fasi della lotta, è oramai sentita a livello di massa. In questo progetto si è venuta a saldare l’esigenza di un numero sempre più grande di militanti rivoluzionari, impegnati in un lavoro di intervento nella lotta di classe, con il bisogno delle masse proletarie, nei punti in cui la loro autonomia ha espresso i suoi livelli più alti.

Nel far maturare questa esigenza è stata di fondamentale importanza la lotta autonoma degli operai della Fiat. Una verifica ne è stata l’iniziativa di distribuire il primo numero del giornale Lotta Continua che gli operai della Fiat hanno preso in massa durante le ferie, soprattutto nei paesi del meridione da cui sono emigrati, per propagandare i temi e il significato della loro lotta.

Oggi grazie ai collegamenti realizzati, l’iniziativa di questo giornale non parte più da una singola sede, ma da gruppi di compagni impegnati e legati a situazioni di lotta, in una serie di città tra cui Torino. Ivrea, Milano, Trento, Porto Marghera, Pavia, Genova, Bologna, La Spezia, Massa, Pisa, Piombina, Latina, Napoli. Da tutte queste sedi, una volta alla settimana, compagni impegnati nel lavoro politico si incontrano per discutere e coordinare il loro intervento nelle lotte.

Questo giornale vuole essere uno strumento di organizzazione collettiva della lotta di classe. Deve cioè collegare tra loro tutti questi compagni, portando avanti una precisa linea politica, ma nello stesso tempo deve essere diffuso a livello di massa sia per permettere a tutti i proletari che lo vogliono di avere un quadro generale della lotta di classe, sia per mettere in grado le masse, che sono le vere protagoniste di queste lotte, di partecipare direttamente alla elaborazione, alla discussione e alla critica della linea politica che esso porta avanti.

Man mano che questo progetto si precisava e cominciavamo a prendere i contatti necessari per attuarlo, si sono presentate le prime difficoltà: ci siamo trovati di fronte ad una selva di obiezioni, e molto spesso anche di fronte a una vera ostilità e a un boicottaggio organizzato.

Alcuni compagni sostengono che un giornale nazionale è prematuro; che se si vuole avere uno strumento con cui intervenire nelle lotte, che non si sovrapponga dall’alto alle esigenze delle masse, allora si possono fare solo giornali di fabbrica o al massimo giornali locali.

Noi non siamo d’accordo. Pensiamo che il grado di maturazione a cui la lotta ha portato larghi settori delle masse proletarie sia tale da esigere un confronto con problemi politici di carattere generale.

Appena succede qualcosa, questo si ripercuote subito in tutti quanti gli angoli del nostro paese, dunque è importante essere in grado di intervenire simultaneamente ovunque ci sia la forza e l’organizzazione per farlo.

Mentre era ancora in corso questa discussione è scoppiata la lotta all’officina 32 di Mirafiori, Agnelli ha fatto la serrata, i sindacati hanno aperto in anticipo le lotte contrattuali, gli operai della Pirelli hanno devastato la fabbrica e assediato il grattacielo, si sono riaperte le scuole ed è ricominciata la lotta studentesca. Pensiamo che tutti questi fatti, come molti altri, condannino alla impotenza qualsiasi tentativo di limitare l’ambito del proprio intervento o dei problemi da affrontare.

Altri compagni sostengono che il giornale è prematuro perché non è espressione di una organizzazione già data. Alla proposta del giornale contrappongono quella di un coordinamento nazionale di tutte le avanguardie organizzate.

Noi non siamo d’accordo: pensiamo che il giornale debba essere uno strumento di costruzione di questa organizzazione, e non possa presupporla. C’è stato a Torino un incontro di tutte le avanguardie operaie organizzate. È stato un momento utile per conoscersi e contarsi, ma non ne poteva certo nascere nessuna organizzazione permanente.

Perché oggi il collegamento fra le varie lotta richiede un confronto fra le varie ipotesi con cui lavorano le avanguardie emerse dalle varie situazioni di lotta. Questo confronto richiede una conoscenza reciproca molto più approfondita di quella che può esserci da un convegno, richiede un discorso complessivo su una serie di punti che non riguardano direttamente l’intervento giorno per giorno: ma soprattutto richiede che in queste iniziative vengano coinvolte direttamente le masse, il che può avvenire sottoponendo le nostre ipotesi alla verifica diretta della lotta di classe, e non facendo incontrare singoli individui che si “autoproclamano” avanguardie senza che ci sia nessuna verifica del rapporto che li lega a una determinata situazione. Mentre era in corso questa discussione qualcuno ha provato a convocare dei “coordinamenti nazionali operai” presentandoli anche come diretta continuazione del Convegno nazionale di Torino.

Il carattere burocratico, settario, minoritario di queste iniziative, la loro irrilevanza rispetto allo sviluppo delle lotte, non fa che confermarci nella nostra posizione.

Alcuni compagni si sono fermamente opposti a che si facesse il giornale sostenendo che un giornale non può che essere espressione di una determinata linea politica, ed essere quindi un giornale di gruppo. Questo secondo loro contrasta con il carattere unitario che in molte sedi, e soprattutto nell’Assemblea operai-studenti di Torino, si era voluto dare all’intervento politico nelle lotte, nato dalla confluenza di gruppi e di linee politiche diverse ed eterogenee. Questa eterogeneità va secondo loro salvaguardata a tutti i costi.

Dopo molte polemiche, con questi compagni ci siamo alla fine divisi, non solo a Torino, ma in molte altre città d’Italia.

Le idee che noi oggi sosteniamo sono nate dal dibattito cui hanno partecipato le componenti politiche più svariate. Ci sembra che alcune ipotesi siano state verificate dallo sviluppo della lotta, mentre altre siano state completamente sconfessate: è questa la base su cui si forma l’omogeneità politica di un gruppo di compagni che vogliono lavorare insieme. Su questa base intendiamo anche proporre la collaborazione e l’unificazione di tutti i gruppi che oggi in Italia fanno un lavoro di base. Per questa strada e non per mezzo di comitati centrali o di convegni di coordinamento nazionale, intendiamo arrivare alla costruzione della organizzazione politica di classe.

Però non siamo liberali, ma comunisti: il dibattito deve portare a una conclusione, la discussione deve sfociare in decisioni.

Chiunque usi la presenza di politiche diverse per giustificare l’immobilismo, il caos o il compromesso permanente, rifiuta perciò stesso la verifica dei fatti e ostacola lo sviluppo della lotta. Da questo punto di vista noi pensiamo che non passi alcuna differenza fra un volantino, un giornale nazionale, o un capannello fatto davanti alla porta di una fabbrica.

A questo punto ci resta il giornale da fare. Fare un giornale decente, politicamente corretto e legato alle situazioni di base, che non si limiti a rispecchiarle, ma ne dia un’interpretazione coerente, fare un giornale che sia leggibile sia dagli operai che dagli studenti che dalle massaie che dai braccianti, è un compito molto arduo che richiede la collaborazione di molti.

Molti compagni, soprattutto intellettuali che avevano accettato con entusiasmo la proposta del giornale, e si erano dichiarati pronti a collaborare direttamente, si sono lasciati spaventare dalla discussione politica e si sono tirati indietro.

Questo giornale, come l’iniziativa politica che ci sta dietro, intende fin dal suo nascere sottoporsi alla verifica e alla critica delle masse e della lotta di classe, e come tale è esposto a tutti gli attacchi e a tutte le difficoltà a cui va incontro qualsiasi iniziativa di intervento a livello di massa.

Fare la lotta di classe oggi vuol dire anche combattere le idee sbagliate avendo di mira una corretta applicazione della linea di massa. Molti compagni vorrebbero che il proletariato fosse unito, senza per questo dover combattere le idee sbagliate nel suo seno. Questi compagni hanno in realtà paura di sporcarsi le mani con la lotta di classe.

Così il progetto iniziale ha dovuto subire molti ritardi, e a tutt’oggi non siamo ancora in grado di far uscire regolarmente il giornale, che pure riteniamo fondamentale per svolgere correttamente il nostro lavoro politico.

Così abbiamo pensato di far uscire un numero unico, per sottoporre alla discussione di tutti i compagni interessati il nostro punto di vista su certi problemi.

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