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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

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Tiziano Tussi "Storia senza memoria. La rivoluzione bolscevica: memoria e fine"

storia

Tiziano Tussi ha da poco pubblicato, edizioni PGreco, un agile libretto sulla Storia senza memoria, due saggi dedicati alla rivoluzione bolscevica.

Abbiamo posto alcune domande a Tiziano per aprire la discussione su comunismo e rivoluzione.

D - Ogni volta che si ricordano gli eventi del passato si finisce con il costruire una narrazione ideologica rivolta al passato e quasi mai al presente.  Ci sono avvenimenti irrazionali che invece si sono verificati dimostrando che gli eventi di grande trasformazione della società non seguono logiche razionali precostituite e non sono da leggere secondo schemi ideologici. È il caso della Rivoluzione francese e di quella russa? Puoi spiegare meglio la dicotomia razionale e irrazionale?

Il mio libro si compone di due brevi saggi. Il primo tratta appunto la questione postami nella domanda. Naturalmente la partenza è dalla famosa asserzione di Hegel sulla razionalità della realtà. Da questa se ne deduce che ogni fatto sociale, non reale, non debba essere considerato possibile di vita, altrimenti già ci sarebbe, e che quindi l’irrazionale non può essere reale in modo assoluto. Perciò non sarebbe possibile, seguendo questa forma particolare di sillogismo, alcun accadimento che non si ponga come un risultato già dato, in qualche modo, nella realtà, in qualche modo già presente in essa. Con questa impostazione di pensiero si eliminerebbe perciò in modo sostanziale ogni atto rivoluzionario, di chiara rottura del reale. È da notare che Hegel arrivò a tale considerazione in un periodo successivo agli inizi del suo percorso filosofico, nel 1821 Filosofia del Diritto. Altro atteggiamento, molto più comprensivo, lo aveva avuto per la Rivoluzione francese, circa 20 anni prima, prefigurando addirittura la necessità di un cambiamento: Se un mutamento deve avvenire, qualcosa deve mutarsi.[1]  Questa affermazione la troviamo in un frammento di un’opera del 1798. L’edizione italiana da cui la traggo è curata da Armando Plebe, un filosofo dalle travagliate esperienze politiche, sinistra-destra, che sarebbe anche il caso di recuperare. Ma per tornare alla domanda. Qui Hegel passa da un atteggiamento illuminista, il secondo che cito, ad una definitiva negazione della possibilità che qualcosa di irrazionale, e perciò non reale, lo possa diventare. Ecco da dove sono partito.

Quello che non doveva accadere è però accaduto. Ed è proprio per questo che la Storia, S maiuscola, sempre decisa dai vincitori, non si dà pace per ciò che realmente è accaduto e quindi preferisce dimenticarsene, nella narrazione dei vincitori, bollando come obbrobrio, e perciò da non prendere più in considerazione, ciò che purtroppo per la storia, hegelianamente e borghesemente intesa, non doveva accadere. Anche se è da sottolineare che Hegel non deve essere inteso come un filosofo-storico borghese. È molto altro e ben più altro.

D - Come nasce la Rivoluzione bolscevica e perché avviene in un Paese capitalisticamente arretrato come la Russia di inizio Novecento?

Qui le considerazioni da fare sono prettamente storiche e politiche, ma anche teoriche. Andrebbe squadernato tutto il pensiero marxista sulle possibilità rivoluzionarie; sulla strada da compiere per arrivarvi, con le tappe intermedie dell’esplosione prima dello sviluppo completo del capitalismo, poi l’accadere della rivoluzione borghese e quindi della rivoluzione proletaria. E comunista. Ma il mio intento voleva rimanere, nel primo saggio, sul crinale he ho cercato di tracciare nella prima risposta. Lo stesso schema di Marx, da lui stesso, non era ritenuto sempre obbligatoriamente applicabile a tutto il mondo che lo vedeva vivo e attivo. Vi sono sue dichiarazioni, in alcuni scritti, che mettono quello schema addosso, per così dire, al mondo capitalisticamente sviluppato. Mentre per altri Paesi è possibile anche altro. Lo si trova ad esempio in tutta la riflessione sulla Russia, appunto, di cui Marx si interessò nel corso del tempo della sua vita, sino agli ultimi anni.[2] Quindi è possibile anche per Marx che là accada qualcosa, che accada comunque, e questo lo mette in contrasto con il profondo senso hegeliano della storia, almeno di quello della fase più matura.

D – Ora parliamo delle ripercussioni della Rivoluzione russa in Italia? E quali sono state dopo la dissoluzione dell'Urss.

Domanda ampia e di difficile soddisfazione. A me è interessato, questo nel secondo saggio, quello che è accaduto alla scomparsa del campo comunista, così come era allora organizzato, tra il 1989-1991. Ho voluto rilevare cosa accade quando un sistema, un mondo, un impero si scioglie. Come ogni altro impero che si è liquefatto ha lasciato sul terreno molti residui. Il mio scritto era stato messo assieme per una rivista brasiliana che ha raccolto saggi di diversa provenienza, nelle lingue originali, per cercare di mettere a bilancio appunto questa fine. Il testo è di circa dieci anni fa, ma le considerazioni fattuali reggono ancora. Ogni ambito sociale, ogni intervento politico-economico verso la socialità, ogni costruzione politica tendente alla difesa delle condizioni di vita dei proletari, intesi come lo strato più bisognoso di protezione economico-sociale, si è sconquassato. Senza più l’URSS dietro le spalle, anche nella situazione in cui essa era alla fine del Novecento, e di cui non discuto qui, ogni azione politica di sinistra di classe si è trovata ad essere orfana di un retroterra essenziale. Dalla sconfitta culturale, giornali, riviste, radio e televisioni private di sinistra, ai partiti di sinistra, ai sindacati, sino alla Lega delle cooperative, ogni ambito ha sofferto enormemente questa scomparsa.

Nel mio intervento riporto grafici, tabelle e scandali accaduti numerosi dopo la fine dell’URSS. Quindi una fine che ha trascinato con sé un mondo, il mondo che l’aveva vista nascere ed espandersi.

D - Quali sono gli insegnamenti ancora attuali della Rivoluzione bolscevica? A tuo avviso come siamo arrivati, e per quali ragioni, al crollo dei Paesi socialisti nell'est europeo?

Un crollo di un impero, nel senso che sto cercando di definire, avviene sempre per cause di lunga durata. Il campo che aveva l’URSS nel suo centro si è sbriciolato lasciando dietro di sé residui e relitti in tutto il mondo. Sopravvive ancora poco e con difficoltà. Il pianeta è cambiato e dalla guerra fredda si è passati ad un mondo multipolare con diverse sfere di influenza che intersecano tra loro gli interessi e le politiche di alleanze e di scontro che le vedono attive. Tutto molto più confuso e disordinato. Chi ci va di mezzo sono i ventri molli mondiali che sono nati e si sono moltiplicati partendo dagli anni immediatamente successivi da quella scomparsa. Certo un certo ordine mondiale sarebbe preferibile, certo una possibilità praticabile di progetti di vita nazionale ed internazionale sarebbe meglio di questo continuo scossone da altalena sempre in movimento. Ma oramai è così, tutto in movimento. Bisognerebbe poi specificare aule ordine mondiale ci si augurerebbe. E qui la questione invece che chiudersi si riapre.

Gli insegnamenti ancora attuali della Rivoluzione bolscevica? L’insegnamento attuale che rimane per me in fondo è uno solo: è potuta accadere e certamente prima o poi lo potrà tornare ad essere. Intendo una rivoluzione sulle orme di quella. Una rivoluzione per l’uomo che deve cercare di essere umano. Vi sono, è evidente, alcune condizioni obbligatorie per questa possibilità: un momento eccezionale, uomini all’altezza, eccezionali pure loro; ed è possibile che il rimescolare momenti e uomini sia proficuo per quel risultato, ma, ripeto, se è accaduta una rivoluzione impossibile, e poi possibile accada ancora. Noi dobbiamo lavorare per questa possibilità. Non la vedremo, non importa, dobbiamo essere al lavoro per cercare di impostare eticamente tale possibilità. Finirà male anch’essa, scomparirà? Non importa. La nostra coscienza umana ci impone di lavorare per una possibilità umana di vita. La disumanità della vita definita dal profitto capitalistico non è in nessun modo degna della nostra vita.

D - Puoi dirci la tua sulla Cina? Ha senso definirla ancora un Paese socialista?

Se continuiamo nel senso della risposta precedente è ovvio che la Cina che ha compiuto anch’essa una grande rivoluzione guidata da uomini eccezionali si sia allontanata da quel periodo. Proprio in questi giorni leggevo statistiche sui nuovi miliardari a livello mondiale. Ebbene sono proprio quelli cinesi ad aver avuto il maggior incremento numerico ed in termini di accumulo di ricchezze, denari e potere.
Un aneddoto. Sono stato in Cina nel 1982. Circa due mesi in un college, così solo con un po’ di fantasia lo si poteva allora chiamare, di studi linguistici. Un giorno per strada a Pechino, in bicicletta, tutti i cinesi usavano la bicicletta e nessuna automobile privata, vidi da una borsa trasportata da un ciclista sfuggire dalla stessa una patata che cadde per terra. Pensai, resisterà poco lì quella patata. In effetti il ciclista successivo si fermò subito. Prese la patata, la osservo per bene, e poi la mise nella sua borsa. Che altro aggiungere?

Redazione pisana di Lotta Continua (Da: http://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com)

 

[1] Hegel, Scritti politici, a cura di Armando Plebe, Laterza, Bari, 1971, p. 25.

[2] Il tutto lo si può trovare in un libretto degli Editori Riuniti, del 1993, Russia.

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