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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

La rivolta degli operai: da Valdagno all’autunno caldo di Giuseppe Muraca

1969-Corteo-Meccanica

La rivolta degli operai: da Valdagno all’autunno caldo di Giuseppe Muraca
Si è visto come nel corso della prima metà degli anni Sessanta, e in particolar modo in occasione dei fatti di Piazza Statuto, alcune avanguardie di giovani operai avevano scavalcato a sinistra le direzioni sindacali e il PCI, manifestando tutta la loro rabbia e mettendo in atto nuove forme di lotta e di protesta che erano sfociate in veri e propri scontri di piazza con le forze dell’ordine. Quello era il segnale più evidente di un malessere profondo e di un disagio della nuova leva operaia che al netto rifiuto della logica produttivistica, della condizione di sfruttamento e di lavoro nella fabbrica capitalistica univa un odio profondo nei confronti del potere padronale e statale. Nella seconda metà degli anni Sessanta le manifestazioni di protesta da parte delle classi subalterne divennero sempre più frequenti. Nel corso del 1966 avvennero dei nuovi disordini in alcune città (a Genova e a Trieste) e in varie località del mezzogiorno. Nello stesso anno alla SIEMENS di Milano nacque il primo organismo operaio di base, il Consiglio di fabbrica, nato autonomamente dall’assemblea dei lavoratori, un’esperienza che però si è esaurita presto. Queste spinte autonome degli operai in contrasto con le burocrazie sindacali diventarono sempre più evidenti nel corso del 1968 e in diverse fabbriche del nord nacquero nel vivo della lotta nuovi organismi di base, tra cui il Comitato Unitario di Base (il CUB) della Pirelli di Milano e l’assemblea operaia di Porto Marghera, creati spontaneamente dai lavoratori.
In primavera erano ricominciate anche le agitazioni alla FIAT dopo la massiccia partecipazione degli operai dell’azienda torinese al grande sciopero generale sulle pensioni del 7 marzo proclamato dalla CGIL. Ma l’episodio di lotta più significativo si è verificato in provincia, e cioè a Valdagno, dove già da mesi i dipendenti dell’industria tessile Marzotto stavano protestando contro il piano di riorganizzazione dell’impresa che prevedeva un aumento del cottimo e un consistente numero di licenziamenti. Il 19 aprile esplose la rabbia degli operai tanto che una vertenza sul cottimo indetta dai sindacati si trasformò in breve tempo in uno sciopero generale e in una rivolta popolare. La polizia tentò di bloccare la manifestazione, ma molti cittadini scesero in piazza al fianco degli operai e un gruppo di dimostranti abbatté la statua di Gaetano Marzotto, fondatore dell’azienda e simbolo del paternalismo industriale nella provincia bianca. Gli scontri si conclusero con un bilancio abbastanza pesante: decine di feriti, 300 fermi e 42 arresti.
A partire dalle occupazioni universitarie e delle manifestazioni studentesche il clima politico cambia radicalmente: è un fuoco che si allarga sempre di più e dilaga in tutto il territorio nazionale contagiando l’intera società civile. Non sono solo gli studenti a scendere in lotta, ma anche i pensionati, i braccianti agricoli, alcuni settori del pubblico impiego, giornalisti, artisti, scrittori. Dalla primavera del 1968 nell’ambito del movimento studentesco cresce sempre di più l’esigenza di creare un’alleanza con la classe operaia. Sin dai tempi dei “Quaderni rossi” e di “Classe operaia” i redattori di quelle riviste si erano recati davanti ai cancelli della Fiat, delle fabbriche milanesi, di Porto Marghera e di altre città per incontrare le avanguardie operaie e condurre le loro inchieste sulla condizione e sulle lotte della classe lavoratrice. Durante le lotte universitarie il movimento studentesco torinese cercò di consolidare il rapporto con alcuni gruppi di operai, alcuni dei quali partecipavano da tempo alle riunioni della redazione dei “Quaderni Rossi”. Con il passare dei giorni questo rapporto portò alla nascita di rapporti di collaborazione politica e di fraterna amicizia. I giovani e le ragazze del movimento si recavano ogni mattina davanti ai cancelli della FIAT per parlare con gli operai, distribuire i volantini e partecipare ai picchetti e alle assemblee. “Gli studenti vi portano una critica radicale della struttura gerarchica della società e delle sue forme di dominio (la lotta antistituzionale), il bisogno di rompere l’isolamento per compartimenti stagni su cui esso si fonda (la ricerca di un collegamento con la classe operaia), la critica della vita quotidiana come campo privilegiato della lotta politica. […] Gli operai vi portano innanzitutto il senso materiale e terreno del proprio corpo; della propria salute, che è speranza di vita, in termini statistici e possibilità di viverla; degli orari, dei turni, del mangiare, riposarsi, far l’amore; che è possibilità di distribuire più liberamente le proprie attività ogni giorno; della fatica, che è l’intensità con cui il lavoro viene erogato nell’ambito della giornata lavorativa; del salario, che è forma in cui ogni ora di lavoro viene ripartita tra chi fatica e chi si appropria della ricchezza prodotta; per l’odio per una vita condannata ad essere solo lavoro. Vi portano cioè il senso di sé più pieno: che è il modo in cui viene vissuto e speso il proprio tempo”. (Guido Viale, Il sessantotto, cit., p. 10)
Da questa fusione nacque “l’assemblea operai-studenti”, un organismo che si riuniva in un bar vicino alla porta due di Mirafiori, alle Molinette o a Palazzo nuovo o in altri luoghi e che promosse una serie di iniziative politiche e di scioperi che per alcuni mesi segnarono la situazione politica torinese e nazionale. In quel contesto un importante ruolo politico venne svolto dai vari gruppi operaisti che dopo pochi mesi fonderanno Potere operaio e Lotta Continua.
Nel mese di maggio e di giugno lo stabilimento di Mirafiori fu interessato da una lunga catena di proteste e di scioperi messi in atto autonomamente dagli operai, in aperto contrasto con la linea moderata e consociativa dei sindacati e del Partito comunista, la cui presenza in fabbrica era ormai diventata trascurabile. Bisogna tener presente che grazie alla congiuntura favorevole, alla fine degli anni Sessanta le imprese industriali assunsero nuovo personale. Alla FIAT entrarono 15 mila nuovi lavoratori, quasi tutti meridionali, molti dei quali si posero alla testa delle lotte di fabbrica. Il 9 aprile del ’69 durante uno sciopero la polizia uccise a Battipaglia uno studente e un’insegnante. Il giorno seguente per protesta gli operai di Mirafiori organizzarono il primo sciopero interno, che registrò una massiccia partecipazione. Poi il 13 maggio, in occasione di un’ora di sciopero proclamato dai sindacati, scesero in campo i lavoratori delle Ausiliarie. Lo stesso processo si verificò nei giorni seguenti in altri reparti ed in altre officine tanto che il movimento di lotta interessò tutti gli stabilimenti della Fiat. La produzione venne bloccata ripetutamente e le officine erano attraversate da frequenti cortei interni, accompagnati dal rullo di tamburi e da slogan come “Potere operaio”, “Agnelli l’Indocina, ce l’hai nell’officina”. L’avanguardia delle lotte era rappresentata dai giovani operai comuni, immigrati, non sindacalizzati, che chiedevano aumenti uguali per tutti, abolizione del cottimo, passaggio immediato di categoria e diritti sindacali in fabbrica, e che iniziarono a creare nuove forme di lotta in totale contrasto con la linea sindacale. Come l’anno precedente avevano fatto gli studenti, ora anche gli operai utilizzano lo strumento dell’assemblea che rappresenta la sede dove vengono discusse autonomamente dai lavoratori le scelte e le rivendicazioni da adottare. Vengono eletti i delegati, che potevano essere revocati dai propri compagni di lavoro. Questi elementi di auto-organizzazione operaia, di controllo democratico delle vertenze si richiamavano all’esperienza dei consigli che avevano caratterizzato il primo biennio rosso (1919-1920) e dei soviet russi e sostituirono le vecchie forme di rappresentanza sindacale. I delegati, riuniti in consigli, diventeranno l’elemento protagonista e centrale della lotta autunnale.
Lo stato di agitazione messo in atto dai giovani intellettuali e dagli operai in quei due mesi culminò negli scontri di Corso Traiano, avvenuti il 3 luglio 1969, che coinvolsero migliaia operai, di studenti e di cittadini torinesi e di altre cittadine della provincia (Cfr., D. Giachetti, Il giorno più lungo. La rivolta di corso Traiano, Pisa, BSF, 1997). Gli incidenti torinesi suscitarono molto clamore e il giorno seguente i giornali attaccarono ancora una volta gli operai e gli studenti etichettandoli come “provocatori” ed “estremisti”. Di fronte alla pressione degli operai, della campagna di stampa e dell’indignazione delle forze conservatrici il presidente del consiglio, on. Rumor, dovette dimettersi. Ormai il conflitto di classe era diventato durissimo e “l’Assemblea operai” pubblicò un volantino in cui gli scontri torinesi vengono interpretati come l’annuncio di una fase rivoluzionaria:
FIAT: LA LOTTA CONTINUA
La giornata del 3 luglio non è un episodio isolato o un'esplosione incontrollata di rivolta. Essa viene dopo cinquanta giorni di lotta che ha coinvolto un numero enorme di operai, ha bloccato completamente il ciclo produttivo, ha segnato il punto più alto di autonomia politica e organizzativa finora raggiunto dalle lotte operaie distruggendo ogni capacità di controllo sindacale. Espulsi totalmente dalla lotta operaia, i sindacati hanno tentato di deviarla dalla fabbrica verso l'esterno, e di riconquistarne il controllo, proclamando uno sciopero generale di 24 ore per il blocco degli affitti. Ma ancora una volta l'iniziativa operaia ha avuto il sopravvento. Gli scioperi simbolici che si tramutano in una vacanza, con qualche comizio qua e là, servono solo ai burocrati. Nelle mani degli operai, lo sciopero generale diventa l'occasione per unirsi, per generalizzare la lotta condotta all'interno. La stampa di ogni colore si rifiuta di parlare di quello che succede alla Fiat, o ne parla mentendo. E' ora di spezzare questa congiura del silenzio, di uscire dall'isolamento, di comunicare a tutti, con la forza dei fatti l'esperienza della Mirafiori. Centinaia di operai e studenti decidono in assemblea di convocare per il giorno dello sciopero un grande corteo che da Mirafiori raggiunga i quartieri popolari, unisca gli operai delle diverse fabbriche. Nel pomeriggio di giovedì migliaia di operai cominciano ad affollarsi davanti a Mirafiori. È una prova di forza, una manifestazione operaia massiccia, al di fuori e contro sindacati e partiti. È il risultato della maturità raggiunta da quasi due mesi di lotta interna ed insieme la garanzia che la lotta continua e si rafforza.
E' troppo per i padroni. Prima ancora che il corteo si formi, un esercito di baschi neri e poliziotti si scaglia senza alcun preavviso sulla folla, pestando, arrestando, lanciando lacrimogeni. Cominciano gli scontri. Il corteo si ferma di nuovo più lontano e si muove raggiungendo Corso Traiano. Qui la polizia carica di nuovo, furiosamente. Ma poliziotti, padroni e governo hanno fatto male i loro conti. In poco tempo, non sono solo le avanguardie operaie e studentesche a sostenere gli scontri, ma tutta la popolazione proletaria del quartiere. Si formano le barricate, si risponde con le cariche alle cariche della polizia. Per ore e ore la battaglia continua e la polizia è costretta a ritirarsi. Il corteo non serve più, è la lotta di massa che conta. Non è una lotta di difesa: mentre gli scontri si fanno più duri nella zona di Corso Traiano, la lotta contagia altre zone della città, dal comune di Nichelino a Borgo San Pietro, a Moncalieri. Dappertutto le barricate, le pietre, il fuoco vengono opposti agli attacchi della polizia. I giornali parleranno di estremisti: sono gli operai di Torino, i ragazzi, le donne. Decine di migliaia di "estremisti", coscienti che l'unica arma degli sfruttati è la lotta, e che vincere è possibile. Poliziotti e carabinieri, abituati a picchiare vigliaccamente, hanno paura, si disperdono. Mandati a bastonare un corteo, si trovano di fronte alla forza impressionante della classe operaia.
Il 3 luglio ha dimostrato, se ancora ce n'era bisogno, che Torino è il momento più avanzato di un processo di lotta che attraversa tutta l'Italia, è il punto di riferimento politico per tutta la classe operaia italiana. La maturità e la forza degli operai si è espressa prima di tutto nella conquista del terreno di lotta all'interno della fabbrica, costruendovi la propria unità e la propria autonomia. In questo processo, il controllo e la mediazione del sindacato sono stati spazzati via: al di là degli obiettivi parziali, la lotta ha significato:
rifiuto dell'organizzazione capitalistica del lavoro
rifiuto del salario legato alle esigenze produttive del padrone
rifiuto dello sfruttamento dentro e fuori la fabbrica
Gli scioperi, i cortei, le assemblee interne, hanno fatto saltare le divisioni tra gli operai e hanno maturato l'organizzazione autonoma di classe indicando gli obiettivi:
avere sempre l'iniziativa in fabbrica contro il sindacato
100 lire di aumento sulla paga base uguale per tutti
seconda categoria per tutti
reali riduzioni del tempo di lavoro
Già in questa fase l'organizzazione operaia ha avuto la forza di uscire dalla Mirafiori, saldando strettamente operai e studenti ed estendendosi alle altre fabbriche Fiat, da Rivalta alla Lingotto, alla SPA Stura, ecc.
E' questo un processo che ha consentito alla lotta di rovesciarsi giovedì sulla città, di affrontare in modo offensivo l'apparato repressivo dello stato borghese e di smascherare le manovre reazionarie del sindacato e del PCI, impegnati a raccogliere firme da presentare rispettosamente a qualche prefetto o ministro. La lotta di fabbrica si è fatta così capace di coprire tutti i terreni di scontro. Un cartello issato su una barricata diceva chiaro il significato di questa lotta: "COSA VOGLIAMO: TUTTO".
Oggi in Italia è in moto un processo rivoluzionario aperto che va al di là dello stesso grande significato del maggio francese. Non è un movimento improvviso, ma una lunga lotta che stringe saldamente operai, studenti, braccianti e tecnici, una lotta in cui i progetti capitalistici vengono continuamente sconvolti. Il governo Rumor cade ridicolmente a un giorno di distanza dalla lotta generale di Torino. La violenza repressiva, ben lungi dal distruggere le avanguardie militanti, si scontra con la lotta di massa e la radicalizza. Il grande programma di inserimento del PCI al governo viene svuotato dalla distruzione progressiva dell'influenza del PCI sui movimenti della classe operaia.
Già oggi la lotta della Fiat di Torino si è ripercossa alla Fiat di Modena, alla Piaggio di Pontedera, alla Fiat e all'Alfa Romeo di Milano e in tante altre fabbriche. Le lotte per i contratti rappresentano in questo processo di generalizzazione un formidabile pericolo per i capitalisti e i loro servi. Gli operai hanno già dimostrato nei fatti che la lotta non tollera di essere programmata col calendario dei padroni e del sindacato. Le gabbie contrattuali son già saltate, ma la presenza della lotta di milioni di operai insieme ha in questa situazione un significato politico che va al di là della firma di un pezzo di carta. Lo sanno i padroni, i quali hanno bisogno, per poter di nuovo prendere fiato, di usare le lotte per sconfiggere politicamente la classe operaia e per restituire forza ai sindacati.
Per questo la battaglia contrattuale è una battaglia tutta politica. La vittoria operaia sta nella capacità di uscirne avendo fatto piazza pulita dei falsi rappresentati e rafforzando la propria organizzazione. Ancora una volta la Fiat offre l'esempio più chiaro; Agnelli ha già pagato un costo ben più alto di quello che avrebbe pagato accettando le rivendicazioni operaie. Ma Agnelli oggi sa che nessuna concessione può frenare la lotta operaia, che al contrario ogni concessione si trasforma in un rilancio ancora più radicale della lotta.
La ricchezza politica della lotta Fiat, la sua forza di massa, permettono oggi a tutta la classe operaia italiana di passare a una fase di lotta sociale generale su obbiettivi, forme e tempi non più fissati in base alle esigenze dello sviluppo capitalistico, dal sindacato e dal partito ma interamente determinati dall'organizzazione autonoma degli operai.
Gli operai della Fiat non hanno aspettato la scadenza contrattuale (settembre) per chiedere ai padroni, come voleva il sindacato, irrisorie concessioni salariali e normative. La lotta degli operai Fiat infatti ha rilanciato a livello di massa gli obiettivi già espressi nel corso del 68-69 dalle lotte delle maggiori concentrazioni operaie italiane, da Milano a Porto Marghera, da Ivrea a Valdagno. Questi obiettivi sono:
forte aumento uguale per tutti sulla paga base
abolizione delle categorie
riduzione drastica dell'orario di lavoro a parità di salario, non dilazionata nel tempo
parificazione normativa immediata e completa tra operai e impiegati
Sulla base di questa esperienza gli operai torinesi in assemblea dopo gli scontri del 3 luglio propongono a tutti gli operai italiani di aprire una nuova e più radicale fase della lotta di classe che faccia avanzare, sugli obiettivi avanzati dagli stessi operai, l'unificazione politica di tutte le esperienze autonome di lotta fin qui realizzate.
Per questo verrà indetto a Torino un convegno nazionale dei comitati e delle avanguardie operaie:
per confrontare e unificare le diverse esperienze di lotta sulla base del significato della lotta Fiat
per mettere a punto gli obiettivi della nuova fase dello scontro di classe che partendo dalla condizione materiale degli operai dovrà investire tutta l'organizzazione sociale capitalista.
DALLA FIAT DI TORINO, DA TORINO A TUTTA L'ITALIA PER ORGANIZZARE NEL VIVO DELLA LOTTA LA MARCIA VERSO LA PRESA DEL POTERE.
5 luglio 1969
L'assemblea operaia di Torino

Durante l’estate i sindacati si riorganizzarono e mutarono la loro linea appropriandosi delle rivendicazioni dei lavoratori. La piattaforma della FIOM, della FIM e della UILM prevedeva aumenti uguali per tutti i lavoratori (75 lire per ora); riduzione dell'orario settimanale a 40 ore; parità normativa fra operai e impiegati; ampliamento dei diritti sindacali; aggiornamento del livello di straordinario sulla base del nuovo orario di lavoro. Così il tema dell'egualitarismo veniva acquisito anche dai sindacati confederali.
Ai primi di settembre le lotte operaie ripresero a ritmo serrato e incalzante. Il fuoco della rivolta aveva ormai contagiato l’intero paese. Nei quattro mesi successivi si mobilitarono circa 5 milioni di lavoratori per il rinnovo dei loro contratti, dei vari settori che con le loro lotte misero radicalmente in discussione i vecchi assetti nella fabbrica capitalistica e nella società, il potere economico e politico italiano. Il governo e i padroni vissero quel periodo in un continuo stato di allarme e di panico. Il maggiore protagonista di questo lungo ciclo di lotte era costituito ancora una volta dalla nuova classe operaia, affiancata in molte aziende dai tecnici. E anche in autunno la FIAT diventò l’epicentro delle lotte operaie con continui scioperi selvaggi e cortei interni che spesso bloccarono la produzione delle auto. Dalla spinta dal basso dei lavoratori, nacquero i consigli operai, con l’elezione dei delegati, che sostituirono le vecchie commissioni sindacali. I cortei studenteschi e operai invadevano continuamente le strade e le piazze di molte città, con frequenti scontri con la polizia. Tutte le fabbriche italiane si trovavano in uno stato di continua agitazione e in quel periodo si verificarono proteste in quasi tutti i settori dell’economia e della vita sociale.
Tutte le categorie sociali scioperarono ripetutamente, a Milano, a Torino e in tante altre città. Il 17 ottobre venne proclamato lo sciopero generale nazionale a cui parteciparono milioni di lavoratori.
Il padronato tentò di reagire alla protesta degli operai con misure durissime. Alla FIAT gli scioperi bloccarono totalmente la produzione e la direzione dell’azienda decise di mettere in cassa integrazione 30.000 lavoratori. La dura reazione sindacale e l'intervento del governo, costrinsero però la direzione dell'azienda a ritirare quei provvedimenti.
Durante quel periodo i sindacati vennero spesso contestati dai gruppi operai più radicali, la produzione veniva bloccata all’improvviso e si verificarono spesso atti di violenza nei confronti degli impiegati, dei capi reparto e dei crumiri. Da ricordare, in particolare, l’episodio avvenuto il 29 ottobre in cui un gruppo di scioperanti prese d’assalto lo stabilimento di Mirafiori devastando le linee di montaggio dei modelli della “600” e della “850”, il reparto carrozzeria e la mensa. La direzione della FIAT denunciò 122 operai, ritenuti responsabili dei fatti, ma il ministro del lavoro Carlo Donat-Cattin fece pressione sulla famiglia Agnelli e la direzione dell’azienda torinese ritirò le denunce.
A novembre la lotta assunse in alcuni momenti dei risvolti drammatici e la repressione raggiunse livelli inaccettabili. Il 6 novembre a Milano si verificò un ennesimo scontro tra forze dell’ordine e operai che protestavano contro le posizioni filo-padronali della RAI-TV. Sempre nel capoluogo lombardo il 19 durante uno sciopero per la casa rimase ucciso l’agente di polizia Antonio Annarumma.
A partire dal 7 novembre vennero firmati tutti gli accordi; l’ultimo venne siglato il 21 dicembre, in un clima politico ormai profondamente mutato dalla strage di Piazza Fontana. Si concluse così “l’autunno caldo", il ciclo di lotte operaie più intenso della storia repubblicana. Alla fine dell’anno le ore di sciopero ammontavano a 230 milioni, una punta mai raggiunta prima, con perdite di 800 miliardi: un grave colpo per le imprese pubbliche e private italiane.
I lavoratori ottennero importanti conquiste: aumenti salariali uguali per tutti e riduzione dell'orario di lavoro a 40 ore settimanali. Inoltre i metalmeccanici acquisirono il diritto a tenere assemblee in fabbrica. Però i nuovi gruppi della sinistra rivoluzionaria giudicarono in maniera negativa gli accordi considerandoli una grave sconfitta della classe operaia, caduta sotto il controllo dei sindacati e del padronato.
Dopo cinque mesi fu approvato dal governo lo "Statuto dei lavoratori", che decretò l’acquisizione di importanti diritti da parte dei lavoratori italiani, un mutamento nel mondo delle relazioni industriali e la conquista di un potere sindacale che non aveva confronto in nessun altro paese industriale.

  1. Giachetti, Il giorno più lungo. La rivolta di Corso Traiano, Pisa, BSF, 1997;
    D. Giachetti, L’autunno caldo, Roma, Ediesse, 2013;
    D. Giachetti-M. Scavino, La FIAT in mano agli operai. L’autunno caldo del 1969, Pisa, BFS, 1999;
    A. Mangano, 1969. L’anno della rivolta, Milano, MeB Publishing, 1999.

 

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