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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

"Vogliamo tutto" di Nanni Balestrini. Recensione di Giuseppe Muraca

mirafiori

1969: 50 anni dopo /1

Nell'ambito della cosiddetta "letteratura politica" post-sessantottina Vogliamo tutto di Nanni Balestrini (Feltrinelli, Milano 1971, poi Garzanti, ivi, 1974. Si citerà sempre da questa edizione) occupa per diversi motivi un posto del tutto particolare. L'autore era stato uno dei rappresentati di punta del gruppo '63 e si era distinto nel corso degli anni Sessanta, oltre che per le sue doti di infaticabile organizzatore culturale, per una serie di prove poetiche arditissime, alcune delle quali addirittura fabbricate con il calcolatore IBM, che avevano suscitato al loro apparire scandalo e disapprovazione nell'ambito dell'establishment culturale italiano.

    Come tutti i rappresentati della neoavanguardia, Balestrini aveva manifestato sin dall’inizio della sua carriera letteraria un bisogno di rottura nei riguardi dei valori e delle norme della tradizione letteraria ma di fatto la sua ricerca aveva finito per riaffermare il primato della letteratura nell'illusione che il rinnovamento della "forma" portasse in sé una funzione contestativa. Ora, il movimento del '68 aveva proprio messo in crisi l'autonomia dell'intellettuale e della letteratura, ponendo allo scrittore in maniera impellente il problema del rapporto tra letteratura e politica, tra cultura e rivoluzione.

    Balestrini è stato all'interno del gruppo '63, quello che nel corso della contestazione studentesca e dell’autunno caldo ha operato in maniera più profonda una revisione critica e autocritica del proprio passato senza però rinnegare la sua rabbia sperimentalistica, bensì cercando di coniugare la ricerca letteraria con l'impegno politico. Vogliamo tutto nasce proprio da questo ripensamento politico e culturale e rimane uno dei prodotti letterari più interessanti di quella singolare stagione, certamente povera di opere letterarie significative. Balestrini con questo libro si pone il proposito di documentare il percorso politico di un giovane sottoccupato del Sud, dal qualunquismo alla coscienza politica, la formazione di un "tipico" operaio-massa che ha fatto tutti i mestieri della vita e che è stato protagonista delle lotte di massa di quel decennio (Nanni Balestrini, "Prendiamoci tutto. Conferenza per un romanzo", in Letteratura e lotta di classe, Feltrinelli, Milano 1972, pp. 25-26). Quindi Vogliamo tutto può essere considerato sotto certi aspetti un romanzo di formazione di un determinato soggetto politico e sociale.

    La narrazione viene condotta in prima persona dal protagonista-autore (Alfonso) ma col massimo della obiettività possibile, cioè cercando di rimanere fedele alla realtà materiale di quel tempo. Non a caso Balestrini fa "parlare" il suo personaggio adottando il suo "gergo" meridionale, esprimendo i suoi bisogni materiali e la sua soggettività politica. Infatti, in questo romanzo vengono considerati e affrontati alcuni dei nodi politici, economici e sociali più importanti dell'Italia degli anni Sessanta (la questione meridionale, le migrazioni di massa, il miracolo economico, le grandi lotte della fine del decennio) con intenzionalità critiche e polemiche. Il motivo conduttore di Vogliamo tutto è il rifiuto del lavoro, della grande fabbrica e del modello di sviluppo capitalistico, che Alfonso manifesta dapprima in maniera istintiva e poi via via in modo sempre più consapevole: secondo lo stesso Balestrini è proprio questa la principale caratteristica del comportamento politico della nuova figura dell'operaio-massa.

Io ho fatto tutti i lavori, il muratore, il lavapiatti, lo scaricatore. Tutti li ho fatti ma il più schifoso è proprio la Fiat. Io quando sono venuto alla Fiat credevo che mi sarei salvato. Questo mito della Fiat, del lavoro Fiat. Invece è una schifezza come tutti quanti i lavori, anzi peggio. Qua ogni giorno ci aumentano i ritmi. Molto lavoro e pochi soldi. Qua pian piano si muore senza accorgersene. Questo significa che è proprio il lavoro che è schifoso, tutti i lavori sono schifosi. Non c'è lavoro che va bene, è proprio il lavoro che è schifoso. (p. 70)

    Lavorando dentro l’inferno della Fiat Alfonso prende coscienza di essere semplicemente una merce, e non solo brucia qualsiasi illusione sul mito della grande fabbrica torinese – che tanto lo aveva attirato e che lo aveva spinto ad emigrare di nuovo – ma anche l'ingannevole luogo comune che il lavoro "nobilita l'uomo", scoprendo che “non c'era nessuna differenza tra l'edile e il metalmeccanico, tra il metalmeccanico e il facchino, tra il facchino e lo studente” (p. 95), dato che avevano tutti gli stessi bisogni, le stesse necessità. E questi stessi bisogni e necessità li rendevano “tutti uguali nella lotta” e li spingevano a lottare tutti per gli stessi obiettivi, cosicché l'altro operaio diventava come “un fratello”, un “compagno” che lottava per le sue “stesse cose” (pp. 98-99). Cioè Alfonso a contatto con gli altri operai matura la propria scelta politica, però al contrario dell'operaio tradizionale, interclassista e riformista, non lotta per migliorare le proprie condizioni di lavoro bensì per non lavorare più, per diventare arbitro del proprio destino e della propria esistenza. È chiaro che questa posizione pone l'operaio di Balestrini in netto contrasto con la linea politica dei partiti della sinistra storica e delle organizzazioni sindacali, che vengono criticati duramente perché considerati semplicemente degli “intermediari”, totalmente compromessi con la politica padronale, organici al sistema capitalistico.

Diciamo no alle riforme per cui ci vogliono far lottare il partito e il sindacato. Perché abbiamo capito che quelle riforme servono solo a migliorare il sistema con cui i padroni ci sfruttano. Che ci frega di essere sfruttati meglio, con quattro case in più, quattro medicine e quattro ragazzi di più a scuola. Tutto questo migliora solo lo Stato, migliora l'interesse generale, migliora lo sviluppo. Ma i nostri obiettivi sono contro lo sviluppo, sono contro l'interesse generale, sono nostri e basta. I nostri obiettivi, gli interessi materiali della classe operaia, sono il nemico mortale del capitalismo e dei suoi interessi. (p.137)

    Il capitalismo, secondo Alfonso, non va migliorato e riformato, va semplicemente abbattuto, perché è il peggiore nemico dell'operaio (e dell'uomo) in quanto non solo espropria la ricchezza da lui prodotta ma anche la sua vita. Pertanto, occorre superare la logica interclassista e populista del movimento operaio tradizionale e impegnarsi invece per costruire l'unità e l'organizzazione autonoma e spontanea della classe operaia che deve portare avanti la lotta permanente contro il sistema capitalistico e lo stato borghese:

Non è giusto fare questa vita di merda, dicevano gli operai nell'assemblea, nei capannelli alle porte. Tutta la roba, tutta la ricchezza che produciamo è nostra. Ora basta. Non ne possiamo più di essere della roba, della merce venduta anche noi. Vogliamo tutto. Tutta la ricchezza, tutto il potere, e niente lavoro. (p.106)

    Questa citazione fa capire chiaramente qual è il messaggio politico del libro: Alfonso nel corso della lotta alla Fiat fa sua la posizione dei gruppi operaisti, la linea della contestazione "globale", della lotta di classe che deve liberare l'operaio (e l'uomo) dalla schiavitù e dalla degradazione del lavoro:

Compagni, rifiutiamo il lavoro. Vogliamo tutto il potere, vogliamo tutta la ricchezza. Sarà una lotta lunga di anni, con successi e insuccessi, con sconfitte e avanzate. Ma questa è la lotta che adesso noi dobbiamo cominciare, una lotta a fondo e violenta. Dobbiamo lottare perché non ci sia più il lavoro. Dobbiamo lottare per la distruzione violenta del capitale. Dobbiamo lottare contro uno Stato fondato sul lavoro. Diciamo: si alla violenza operaia. (pp. 137-138)

    II libro si conclude con il racconto dello scontro di Corso Traiano del 3 luglio 1969, descritto con partecipazione e con compiacimento. È la registrazione, dal tono quasi epico, di una vera e propria battaglia tra dimostranti e forze dell'ordine, nel corso della quale il vitalismo del protagonista si dispiega senza freni. Come un moderno Orlando Alfonso non risparmia colpi e alla fine ritorna a casa stanco ma felice.

    Al momento della pubblicazione Vogliamo tutto ha suscitato molte perplessità, specialmente tra i critici di sinistra. Il suo protagonista “è stato addirittura dipinto come una 'bestia umana’”, come un fascista. A queste critiche Balestrini ha risposto che è sbagliato giudicare Alfonso sulla base delle vecchie categorie politiche di "destra" e di "sinistra", in quanto la sua natura ribelle e violenta nasce spontaneamente dalla materialità dei bisogni e della lotta politica. Lui si è soltanto limitato a descrivere e a rappresentare la condizione sociale e psicologica, l’atteggiamento di insubordinazione e il punto di vista politico dell'operaio-massa così come realmente si sono manifestati nel corso degli anni Sessanta.

    Come si può vedere, in questo libro Balestrini esprime i bisogni, gli ideali e i valori delle fasce più radicali della contestazione studentesca e operaia, approda ad una posizione ideologica cui rimarrà fedele per tutto il suo percorso di scrittore. Quindi per noi Vogliamo tutto assume un significato paradigmatico dato che qui l'autore cerca di saldare per la prima volta (ma non senza qualche forzatura) il suo avanguardismo letterario col suo avanguardismo politico. Infatti, anche sul piano strutturale e su quello formale Balestrini continua quel lavoro di revisione e di trasformazione del romanzo tradizionale: ne risulta un testo dall'impianto molto singolare composto da una serie di lasse narrative in cui domina la paratassi. Tuttavia, con Vogliamo tutto egli non intende rivolgersi più, come nei suoi precedenti lavori, ad un pubblico 'medio' di estrazione borghese e piccolo borghese, bensì a quell'operaio 'medio', a quel militante rivoluzionario che è diventato il soggetto politico del suo racconto, e per questo motivo sceglie di scrivere in uno stile "umile" e di usare un taglio esortativo e didascalico. E in effetti Vogliamo tutto, più che un vero e proprio romanzo, deve essere considerato un pamphlet, un manifesto politico.

 

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