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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

Se 4 ore vi sembran poche

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Se c’è un filo che unisce la ricchezza delle migliori esperienze del vecchio Movimento operaio, questo è sicuramente, accanto a quello del salario, il conflitto per la riduzione del tempo di lavoro. Dove c’è stato movimento dei lavoratori, questo si è concretizzato nella lotta per decidere per quanto tempo la forza lavoro doveva sottostare al comando di un padrone.

Chicago, primo di maggio 1886: il giorno in cui prende forma un pezzo decisivo dell’identità del Movimento operaio. Decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici marciano nella città dei Grandi Laghi per ottenere le 8 ore giornaliere, lasciando un segno permanente nella memoria internazionale della comunità operaia. Quello che Marx aveva teorizzato sul tempo di lavoro come terreno di conflitto fra operai e Capitale, diventava una pratica centrale nel lungo conflitto di classe.

Negli anni Sessanta e Settanta la forza delle lotte operaie raggiunge uno dei punti più alti dell’Occidente capitalista. In quel ciclo di conflitti la liberazione dal tempo assoggettato al lavoro salariato è stato un pilastro dell’avanzata del movimento dei lavoratori. Le lotte dell’autunno caldo del ‘69 si concludono con significativi aumenti di salario e con la conquista progressiva delle 40 ore di lavoro settimanali distribuite su 5 giorni. “Più salario, meno orario” da slogan diventa realtà.

In altri paesi dell’Europa occidentale la riduzione dell’orario di lavoro settimanale raggiunge livelli anche più consistenti, toccando le 36 ore settimanali. La controrivoluzione neoliberista, seguita alle sconfitte del movimento operaio a cavallo fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, condurrà il suo attacco proprio sul controllo degli orari di lavoro, conducendoci lungo un piano inclinato alla situazione odierna. Il comando del Capitale instaura progressivamente il pieno controllo sulla disponibilità oraria dei propri dipendenti sottomessi. Le decisioni sugli orari sono nelle mani del comando dell’impresa che fa convivere, spesso nello stesso ambiente, intensificazione dei ritmi e allungamento della giornata lavorativa con le decine di forme di contratti di lavoro a tempo parziale prodotte dalla creatività dei governi di centrodestra e di centrosinistra.

Nel nostro paese si crea una situazione generalizzata per cui chi lavora deve lavorare tanto, mentre settori crescenti di forza lavoro sono imprigionati nella gabbia della precarietà, ricattati dal bisogno primario di ottenere un reddito per vivere. La frantumazione dei lavori e dei contratti di lavoro ci fornisce l’immagine della gravità raggiunta dalle nuove frontiere dello sfruttamento. Il rapporto che si viene a instaurare fra tempo di lavoro e tempo di vita comandato dall’impresa è un preciso indicatore della lotta di classe condotta contro i moderni proletari.

La riduzione del tempo di lavoro necessario alla riproduzione sociale è già in corso, si stanno già riducendo le ore totali lavorate. Si tratta però di una tendenza completamente lasciata all’arbitrio delle imprese che la gestiscono unicamente sulla base dei loro interessi. Il ventaglio delle possibilità nella gestione dei rapporti di lavoro lasciate al comando dell’impresa è enorme: lavori a chiamata, mini-contratti di poche ore per alcuni, straordinari obbligatori per altri, lavori intermittenti, somministrati, taglio delle pause e dei riposi, limitazione dei permessi e dei congedi, part-time, finte partite Iva, ecc. Si è così venuto a creare un moderno esercito industriale di riserva sotto continuo ricatto e in competizione con i propri simili per raggiungere l’obiettivo del “pane”. Un esercito di moderni proletari che non possono materialmente pensare di poter ambire alle “rose”.

 

Il controllo sulla forza lavoro si estende sempre di più al di fuori dell’ambiente di lavoro; anche nel tempo di non lavoro è richiesta la disponibilità nel momento preciso in cui serve per i bisogni dell’impresa. Il precario impiega il suo tempo fra un contratto di lavoro e l’altro a cercare un qualunque lavoro e ad aggiornare la sua preparazione e le sue competenze.

È passato un secolo dalla conquista delle 8 ore giornaliere in Italia (1919), ma il nostro lavoro e la nostra vita è ancora sostanzialmente organizzata su quel modello. Mettere oggi al centro della propria agenda politica il tema della riduzione dei tempi di lavoro non è considerata una priorità da parte delle forze politiche e sindacali. “Lavorare meno, lavorare tutti” resta confinato nell’ambito degli slogan, utilizzabile come un punto fra i tanti per un programma elettorale. Uno slogan che non evolve nell’asse strategico di una battaglia politico-sindacale. Le battaglie politiche vere per la riduzione del tempo di lavoro risalgono oramai a più di 4 decenni fa. Si direbbe che lottare per ridurre e distribuire equamente il lavoro che c’è sia un residuo del passato, quando la forza delle sinistre, del movimento e dei sindacati poteva permettersi di occuparsi anche della qualità della vita, di liberare del tempo di vita dalla schiavitù del lavoro salariato. Quando ci si poteva permettere di lottare e pretendere anche le “rose”. Oggi la crisi infinita, la precarizzazione, la disoccupazione, l’impoverimento anche per chi un lavoro pure ce l’ha, impongono di pensare al “pane”. Per le rose si attendono tempi migliori di quelli odierni. Tempi migliori che non arriveranno perché la natura del capitalismo finanziario oggi dominante ci impone di limitarci a lottare individualmente per il pane in una gabbia che non concede spazi di libertà per altro.

A questo punto va affermato con chiarezza che la necessaria riduzione del tempo di lavoro non può tradursi in una distribuzione della miseria. L’obiettivo non può essere il semplice raggiungimento della piena occupazione, per quanto questa sia importante. Il “lavorare meno” deve procedere insieme alla lotta per la giustizia sociale, per la distribuzione della ricchezza che da 40 anni si è concentrata sempre di più nelle mani del finanz-capitalismo. Secondo diversi studi, fra i quali anche un lavoro di ambienti della Banca d’Italia, dalla fine degli anni Settanta ad oggi da 150 a 200 miliardi di euro annui sono passati dal lavoro dipendente alle rendite e ai profitti. Senza questo furto oggi un lavoratore dipendente avrebbe in busta paga 8-10 mila euro in più ogni anno.

La produzione di ricchezza nel mondo è in costante crescita, i continui progressi tecnologici prodotti dal sapere sociale, uniti alle trasformazioni organizzative accrescono la produttività del lavoro. Da decenni questo sovrappiù di valore prodotto viene espropriato dalle imprese e dal capitale finanziario, mentre il potere d’acquisto dei salari è fermo, quando non si riduce.

La povertà relativa e assoluta che si è diffusa nei nostri paesi non è solamente l’effetto dell’ultima crisi economica, come si tende spesso a pensare. L’impoverimento è il prodotto dell’accaparramento dei benefici economici dell’innovazione tecnologica nelle mani del capitale produttivo e finanziario, una tendenza questa già chiaramente presente ancor prima della crisi. Prima ancora di una distribuzione della ricchezza attraverso una tassazione dei redditi e dei patrimoni, va distribuita a monte la ricchezza che si accumula attraverso il lavoro.

Cinquant’anni dopo la conquista delle 40 ore settimanali la necessità di lavorare meno, in modo drastico, deve tornare al centro dell’iniziativa delle forze conflittuali. Ci sono tutte le condizioni perché questo obiettivo possa unificare una classe oggi dispersa in molteplici condizioni di vita e di lavoro. La disoccupazione continua a stazionare su livelli molto elevati, nonostante i trucchi statistici, fra i giovani la situazione è drammatica. Ammontano a circa 2 milioni i neet, cioè i giovani che né studiano, né lavorano. Il jobs act e i recenti dispositivi governativi sono stati un sostanziale fallimento. L’incessante sviluppo delle forze della produzione sta realizzando un salto tecnologico ce non ha precedenti nella storia delle rivoluzioni tecnologiche. L’automazione, la robotica applicata ai processi lavorativi porterà in tempi ravvicinati a un’impennata ulteriore della disoccupazione: i lavori che si perderanno non potranno essere compensati da nuovi tipi di lavoro, come è successo in passato. Nei lavori ripetitivi i dipendenti possono essere facilmente sostituiti da robot, “persone elettroniche”, come si è proposto di chiamarli. Macchine “intelligenti”, affidabili, che non comportano i problemi del lavoro umano e richiedono solo attività di controllo e di manutenzione. Se non è il sogno del Capitale di liberarsi dal fattore umano, certamente è un passo significativo in questa direzione.

L’obiettivo delle 8 ore di lavoro giornaliere diede un impulso significativo alla formazione delle prime organizzazioni della classe operaia e fu un potente collante per unificare un proletariato anche in quel tempo molto frammentato. Oggi la parola d’ordine di una drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario può costituire un potente obiettivo per riprendere in mano la nostra iniziativa politica in una prospettiva di reale trasformazione sociale. Noi diciamo 4 ore di lavoro giornaliere come una provocazione che però avrà sempre di più un fondamento nella realtà.

Quando il “pane” è assicurato ci sono maggiori possibilità per tornare ad aspirare e a lottare per le “rose”, a gestire il tempo liberato e la realizzazione non alienata di se stessi, al superamento di un sistema che ha esaurito la sua parabola ascendente e che non possiamo più permetterci, pena la distruzione delle condizioni della nostra stessa esistenza.

In un progetto di liberazione dalle catene del capitalismo, la battaglia per la riduzione del tempo di lavoro a parità di salario deve assumere il ruolo di asse strategico, come lo è stata in passato, nel corso di tutta la storia del vecchio movimento operaio. Si tratta di una rivendicazione che va incontro alla necessità di rimettere insieme una classe frammentata in mille pezzi. È una lotta per chi è sottoposto a turni massacranti in cambio di un basso salario, per chi è senza lavoro, per chi è intrappolato in rapporti precari perpetui. Una battaglia per riequilibrare rapporti di potere oggi troppo squilibrati a favore delle classi padronali, per riprenderci un po' di tempo che viene rubato alla maggioranza della società da parte di una minoranza. Un conflitto fra bisogni di autonomia, di emancipazione individuale e collettiva, di realizzazione di se stessi da un lato, contro la volontà di controllo totale della vita e del destino delle persone al fine di proseguire nell’accumulazione di profitti dall’altro lato. Una lotta per liberare tempo di vita dalla schiavitù dei moderni rapporti del lavoro salariato.

Nel 1930 John Maynard Keynes (non un comunista, né un dirigente estremista del movimento operaio) mentre si trovava a Madrid per presentare il suo saggio “Prospettive economiche per i nostri nipoti”, pronunciò parole che sono state recentemente riprese: “Turni di 3 ore e settimana lavorativa di 15 ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo”. Oggi alla crisi economica si aggiunge lo sviluppo incessante dell’automazione. Liberare tempo di vita dal lavoro salariato è a portata di mano.

A partire da questi spunti entreremo nel merito di questi argomenti sviluppando temi quali le trasformazioni indotte dall’automazione, le tendenze degli orari di lavoro negli altri paesi, l’abbondanza di lavori inutili, le differenze fra “lavoro” e attività”, ecc.

Ellepigivi.

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