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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

Un primo passo per ricomporre l'unità di classe!

Sessantotto_manifestazione

Nonostante i teorici del finanzcapitalismo e i vari pagliacci bocconiani travestiti da professori di vario colore politico ipotizzino ogni giorno un nuovo scenario per una possibile uscita dalla crisi, noi di Lotta Continua, assieme alla stragrande maggioranza dei proletari, sappiamo fin troppo bene che queste sono soltanto vane illusioni: ciò che da cinque anni sta polverizzando l’esistenza di migliaia di persone è una crisi di sistema, e non un incidente di percorso come vogliono farci credere per continuare a legittimare lo stato di cose presente. Questa crisi e la macelleria sociale che ne è seguita, hanno dimostrato che l’unica soluzione definitiva al perdurare del disastro economico e sociale è la demolizione violenta del sistema nella sua totalità e la sua sostituzione con una società in cui il lavoro sia definitivamente liberato dall’alienazione e dall’asservimento al profitto.
Le condizioni oggettive hanno raggiunto un livello tale di drammaticità che sarebbe naturale pensare a uno scontro di classe già avanzato, sia sul terreno dell’organizzazione che su quello della violenza. Così però (ancora) non è: manca l’apporto soggettivo per il cambiamento radicale e, nello specifico, manca l’unità di classe del proletariato. Per ricomporre questa unità politica è necessario, oggi più che mai, partire con un lavoro capillare sul territorio al fine di riorganizzare collettivamente le esperienze di lotta dei vari reparti della classe.
Il coordinamento rsu dei metalmeccanici che si è costituito nell’hinterland milanese, è un primo passo non sufficiente ma sicuramente necessario per tornare a pensare e agire come classe.

Il coordinamento: un’analisi politica
Verso la fine di Novembre nella cintura industriale della periferia di Milano, è stato costituito il coordinamento dei delegati di fabbrica della FIOM-CGIL. Territorialmente il coordinamento interessa le zone di Vimodrone e Cernusco e comprende importanti realtà di fabbrica come Mattei, Aastra Italia, SagiCofim e Colima.
In un periodo dove Stato e padroni fanno a gara nel cercare di piegare con ogni tipo di violenza la testa a chi si oppone alla barbarie del capitalismo, è importante riuscire a studiare e a valorizzare le varie esperienze di organizzazione che cercano di riportare in prima linea il protagonismo dei lavoratori perché, come rivoluzionari, quello che per noi viene prima di tutto è l’unità del proletariato.
Il funzionario sindacale della FIOM che ha contribuito alla nascita del coordinamento rsu sintetizza così il principio che vi sta alla base: «L’idea di fondo è quella di far parlare tra di loro i delegati perché la trasmissione delle esperienze maturate nelle aziende di provenienza è, secondo me, fondamentale. Questo esperimento lo avevo già provato anni fa nel comprensorio di Sesto San Giovanni e aveva funzionato. La seconda fase poi è quella di coinvolgere i delegati nelle assemblee delle altre fabbriche: portare tra gli operai i delegati che arrivano da aziende in cui non c’è la produzione e viceversa, ovvero la scoperta di un mondo che altrimenti verrebbe ignorato o che sentiamo raccontare da altri».
Il dato politico che salta subito all’occhio in questa premessa è sicuramente l’intenzione di voler avviare una prassi sindacale volta al recupero della soggettività dei lavoratori e la loro valorizzazione attraverso un confronto collettivo che sappia andare oltre l’atomizzazione della fabbrica. Il mettere in condivisione le esperienze di lotta del passato confrontandole con le nuove modalità di conflitto e con i nuovi bisogni dei proletari, è l’unico modo per ricostruire quella memoria storica che diventa arma politica durante la preparazione e lo svolgimento dello scontro di classe; quella memoria storica che oggi è stata lentamente demolita da anni di sconfitte e dall’abbandono di una prospettiva in grado di cambiare veramente la vita.
Partiamo da un dato di fatto: le generazioni operaie che hanno partecipato alle lotte degli anni ’70 sono oramai in pensione, stanno per abbandonare il posto di lavoro o, nel caso peggiore, non hanno più alcuno stimolo a lottare nel vedere con rassegnazione che tutti i diritti conquistati in anni di sacrifici sono stati svenduti e traditi dagli stessi sindacati che un tempo chiamavano alla lotta. Di conseguenza le nuove generazioni di proletari che entrano in fabbrica, nella migliore delle ipotesi, riescono ad avere una trasmissione approssimativa di ciò che la classe operaia è riuscita ad ottenere con lotte durissime negli anni addietro; altrimenti, restano all’oscuro addirittura delle conquiste ottenute nella fabbrica dove lavorano. A ciò si aggiunga il fatto non trascurabile che questi nuovi proletari hanno alle spalle solo esempi di lotte perdenti: tutte le lotte sindacali e politiche a cui queste nuove generazioni di lavoratori hanno aderito, erano (sono) lotte per riconquistare qualcosa che già si era perso e che è rimasto tale.
In questa determinata situazione il coordinamento avrebbe davvero la possibilità di rappresentare l’elemento unificante delle diverse realtà di fabbrica in quanto, attraverso il confronto tra i delegati della “vecchia guardia” e quelli delle nuove leve, potrebbe riuscire a generalizzare e quindi rendere patrimonio culturale e politico di tutti, quelle stesse esperienze di lotta e di conflittualità che, altrimenti, rimarrebbero frammentarie perché confinate nelle singole unità produttive.
Se da un lato dunque il coordinamento rappresenta un buon punto di partenza per iniziare a lavorare sul terreno della ricomposizione dell’unità di classe, dall’altro dimostra che una parte del sindacato inizia forse a rendersi conto del fatto che la “presa” su alcuni reparti della classe si è gradualmente allentata e quindi diventa necessario tornare ad avere un rapporto più diretto con una base che, dalle assemblee di fabbrica alle piazze, chiede il superamento dei cortei-passeggiata per una radicalizzazione delle lotte.
C’è poi un’ultima questione da analizzare ed è legata alla mancanza di autorganizzazione che, territorialmente, ha caratterizzato questo comparto della classe. Infatti, la nascita del coordinamento, la possiamo leggere anche come conseguenza del fatto che i lavoratori non sono riusciti a dare alla loro rabbia una forma organizzativa autonoma che fosse alternativa al sindacato e alla sua politica concertativa.
Ciò dimostra due cose: primo, che il tipo di organizzazione che si dà di volta in volta la classe è determinato dal suo grado di coscienza e quindi dal livello che ha raggiunto lo scontro di classe in quel determinato momento storico; secondo, che tali forme organizzative, proprio per il fatto di essere espressione politica dei diversi livelli di coscienza di classe, non sono esportabili e universalmente applicabili in tutti i contesti. Un esempio: sarebbe impensabile esportare il coordinamento in una realtà come la Fiat in cui il diverso grado di coscienza di alcuni lavoratori, ha portato al superamento del sindacato (come forma organizzativa) attraverso la creazione del Collettivo Operaio Mirafiori, un’organizzazione interna alla fabbrica ma autonoma da tutte le altre sigle sindacali; un laboratorio politico che sta lavorando sul terreno della ricomposizione di classe attraverso il confronto e la collaborazione militante con altre importanti realtà operaie di autorganizzazione come Resistenza Operaia (ex lavoratori Irisbus), i lavoratori della Innse e tutti quei reparti del proletariato che sono nel fuoco del conflitto sociale: studenti, senza casa, precari, lavoratori del sociale.
Quindi il coordinamento rsu rappresenta una buona possibilità anche per ciò che potrebbe diventare nel corso della lotta col progredire della coscienza politica dei lavoratori.

Il lavoro militante di Lotta Continua
Esiste una differenza non soltanto “teorica” ma “di metodo” tra ciò che si definisce come “unità sindacale” e “unità di classe”; se con la prima, infatti, si intende un’unità decisa a tavolino dalle burocrazie sindacali al presentarsi di determinate scadenze e che non garantisce una effettiva collaborazione tra i vari settori interessati perché calata dall’alto senza la partecipazione attiva e cosciente dei soggetti, con la seconda il discorso, cambia radicalmente: con unità di classe si vuole intendere un lavoro militante tra le masse volto a unificare in “classe-per-sé” i diversi reparti avanzati del proletariato. Questa è l’unità per la quale noi lottiamo ed è quella che fa da spartiacque tra un lavoro rivoluzionario ed uno riformista; ecco perché la differenza tra l’una e l’altra è una differenza “di metodo”: perché la lotta per l’unità di classe è finalizzata alla prospettiva del superamento violento dell’esistente.
Il coordinamento rsu deve essere visto in quest’ottica, ovvero come uno spazio da sostenere e nel quale portare il nostro contributo militante al confronto dialettico, senza avere la pretesa di imporre nessuna linea-guida, ma di mettersi al servizio dei proletari.
Tornare a confrontarsi e se necessario a scontrarsi; mettere in condivisione le esperienze di lotta; fare inchieste nelle fabbriche per riportare il lavoro al centro della politica e le fabbriche al centro della società; attualizzare i metodi del conflitto in base ai nuovi bisogni delle masse; recuperare il linguaggio ed il patrimonio politico che appartengono alla cultura storica del proletariato: questi sono i compiti ai quali il coordinamento può dare il suo contributo affinché i lavoratori metalmeccanici tornino a pensarsi come classe e ad agire come tale. Un contributo molto importante ma, al contempo, parziale proprio perché strettamente legato alla realtà di fabbrica e quindi ad un solo comparto specifico della classe.
È oltre questo limite che possiamo intervenire noi come militanti di Lotta Continua: portando all’interno del coordinamento la rabbia e le lotte dei proletari estranei al mondo della fabbrica ma inseriti in realtà altrettanto conflittuali; questo perché l’autocoscienza, per potersi sviluppare pienamente, ha il vitale bisogno di comprendere il processo storico nella sua totalità e quindi di conoscere tutte le diverse realtà in cui si manifesta lo sfruttamento capitalistico.
Per questo motivo è necessario che le esperienze della fabbrica arrivino a compenetrarsi in quelle dei precari, degli studenti, dei lavoratori della sanità, degli immigrati, dei braccianti, dei minatori, dei lavoratori delle catene di distribuzione: solo così l’operaio, lo studente, il precario potranno riconoscere sé stessi come soggetti schiacciati dallo stesso sfruttamento e, proprio a causa di questo, soggetti della stessa classe.
Questo è il compito militante che ci viene posto dal disastro economico, politico e sociale in cui ci troviamo costretti a vivere quotidianamente: oramai siamo coscienti che questo stato di “crisi permanente” sarà la normalità in cui e contro cui dovremo lottare.
Il marxismo ha mostrato che le crisi economiche sono l’arma che i padroni utilizzano politicamente per indebolire o addirittura eliminare il proletariato come classe. Durante le crisi, se la borghesia vuole continuare a sopravvivere, deve necessariamente distruggere una parte delle forze produttive atte alla valorizzazione del capitale: prima fra tutte, appunto, la forza-lavoro.
È quello a cui assistiamo da troppi anni: migliaia di lavoratori licenziati e buttati in mezzo alla strada nella ricerca disperata di un lavoro che non c’è o, se c’è, è precario; altri messi in cassa integrazione, altri ancora in mobilità; per non parlare di quelli che arrivano addirittura a togliersi la vita. E i padroni continueranno ad usare a loro vantaggio il ricatto della crisi anche in periodi di “normalizzazione” per poterci togliere anche i pochi diritti che ci sono rimasti rendendoci letteralmente degli schiavi.
Ci aspettano mesi duri in cui l’offensiva del capitale si farà ancora più violenta e brutale.
Serve un’inversione di rotta.
Noi saremo sulla barricata e insieme ai compagni del coordinamento sapremo fare la nostra parte!

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