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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

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Coronavirus e sfruttamento: testimonianza di un operaio

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Mercoledì 25 marzo 2020, ore 8: entro in fabbrica, sono un operaio e oggi è un giorno come gli altri.

Peggio degli altri.

Ieri ci sono stati 743 morti da Coronovirus, le provincie di Bergamo e Brescia sono un gigantesco ospedale a cielo aperto, i morti vengono caricati su mezzi militari e portati via.

Domenica sera il Dpcm chiudeva finalmente le fabbriche non essenziali, come la mia. Forniamo semilavorati per altre fabbriche, siamo parte di una catena di fornitura “moderna”, che quelli bravi chiamano supply chain. Il nostro padroncino è più stronzo di altri, un miserabile con manie di grandezza.

Dopo la diretta di Conte un mio collega mi chiama per confermare la chiusura.

Martedì sera mi squilla il telefono. È il padrone. Mi dice che la ditta era aperta anche lunedì e martedì, che la mia assenza di quei giorni era ingiustificata ma che mi perdonava, capiva la mia paura. Il giorno dopo mi sarei dovuto comunque presentare a lavoro.

E così eccomi qua, in questo capannone della provincia Toscana, mentre fuori è in corso un’epidemia diffusa anche da fabbrichette come questa.

Ieri notte ho dormito male, incazzato con il padrone e disturbato dalle volanti della municipale che fanno le ronde con i lampeggianti accesi. Danno la caccia ai trasgressori.

Il problema sono quelli che vanno a correre, che fanno assembramenti nei parchi. Le fabbriche aperte no. Noi siamo immuni.

Non è vero che siamo immuni, ma produciamo valore. Confindustria l’ha ribadito: senza operai la produzione si ferma e i padroni vanno a gambe all’aria.

Il grande castello di carte di questo decennio merdoso sta crollando. Esperti di marketing, manager, consulenti, designer e creativi sono a casa. Non servono a un cazzo se noi operai non produciamo, se i facchini non muovono le merci, se i lavoratori dei supermercati non permettono di fare la spesa. Noi siamo il lavoro vivo, loro parassiti da happy hour.

Sembra che il virus abbia rimesso la storia sulle gambe, dopo anni in cui a farla da padrone è stata la narrazione delle start up. Marx aveva ragione ma non lo abbiamo ascoltato.

Il capo, nella riunione della mattina, dice che tiene aperto per noi, altrimenti non avremmo lo stipendio.

Davanti alla macchinetta del caffè gli altri mi spiegano che siamo fortunati, perché’ potremmo essere a casa.

Oppure morti, penso io.

Li capisco, non è facile lottare mentre hai il mutuo da pagare, le rate della macchina e i figli a carico. Gli parlo degli scioperi spontanei nelle fabbriche del Nord, dei sindacati di base che si stanno battendo per la chiusura totale mentre i confederali ci vendono per un piatto di lenticchie.

Mi dicono che qui da noi è diverso, il padrone è dei nostri.

Ho vent’anni e in questa piccola fabbrica, durante l’epidemia, e sono testimone della sconfitta della classe operaia.

I miei colleghi più grandi sono cresciuti con il mito di Berlusconi. Sono operai ma si vergognano di esserlo. Siamo sette e è tutto più difficile.

Lavoriamo 50 ore a settimana, inclusi tutti i sabati mattina. Il padrone vuole comprarsi il macchinone nuovo. Quella macchina gliela paghiamo noi con il nostro sudore.

Alle 7 stacchiamo, sono stanco e incazzato. Torno a casa. I morti sono 683.

Vorrei dormire ma penso ai prossimi giorni, alle prossime settimane e mi ribolle il sangue. Mi ripeto che ce la faremo, che torneremo a essere classe operaia. Insieme, nelle lotte.

Pagherete caro, pagherete tutto!

Da una conversazione con un operaio metalmeccanico di LC Pisa.

Redazione pisana Lotta Continua

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