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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

Liberare tutti i dannati della terra!

Liberare tutti i dannati della terra!

Riprendere in mano la questione della carcerazione in questi tempi di dura prevalenza delle ideologie neoliberiste, della “meritocrazia” borghese, della diffusione delle posizioni leghiste e forcaiole, della “tolleranza zero” (ma solo contro i poveri), è un’operazione di minoranza, ma imprescindibile per chi come noi intende condurre una critica radicale a questo sistema. Sappiamo bene che il carcere non è un corpo estraneo della società, che questa istituzione incorpora dentro di sé le contraddizioni “di classe” che sono insite nel capitalismo e che si accentuano nei periodi di crisi economico-sociale com’è quello odierno. Il carcere è quindi un rapporto sociale.

Siamo anche convinti che le esperienze di lotta e di intervento politico del passato non debbano essere lasciate ammuffire negli archivi o abbandonate agli studi accademici. Dobbiamo farne un uso di parte, non fosse altro che per comprenderne le differenze con la situazione odierna. Da questo punto di vista la ristampa da parte dei compagni di Olga di “Liberare tutti i dannati della terra”, pubblicato da Lotta Continua nel 1972 (a cui fece seguito “Ci siamo presi la libertà di lottare” edito alla fine del 1973) va in questa direzione da noi auspicata.

La posizione di Lotta Continua rispetto alla funzione del carcere e al posto che può occupare il “proletariato incarcerato” in una prospettiva di trasformazione sociale, è chiara: “A noi i detenuti interessano non perché “fanno pena”, ma per il contributo che possono dare alla lotta di classe e alla rivoluzione. È per questo motivo che ci interessano le caserme e magari i manicomi, come i proletari in divisa e i cosiddetti “malati mentali” “. Così si poteva leggere a proposito dei “dannati della terra”.

L’intervento di Lotta Continua si inserisce in una situazione che ha già prodotto diffuse lotte carcerarie, in gran parte spontanee, nel triangolo industriale italiano: Le Nuove a Torino, Marassi a Genova, San Vittore a Milano. Un’esplosione di agitazioni che ha coinvolto anche altri paesi europei. La “pace carceraria” che aveva governato le carceri per più di vent’anni viene rotta da un’ondata di ribellioni che attraversa tutta l’Europa. Pratiche repressive e politiche di divisione fra i carcerati vengono spezzate da un movimento che non a caso si sviluppa nel tempo delle rivolte studentesche e delle potenti lotte operaie. Mentre nei paesi del Nord Europa si formano sindacati dei prigionieri, la stagione dei conflitti si apre con la rivolta del carcere parigino della Santè nel 1967. Nel Regno Unito analoghi movimenti prendevano la parola scrivendo: “Noi sottoscritti, tutti i detenuti della prigione di Parkhurst, vogliamo portare all’attenzione della pubblica opinione le violenze brutali che stanno avvenendo in questo carcere”.

Tutte le rivolte carcerarie del periodo hanno come denominatore comune la priorità delle condizioni materiali del carcere: la struttura stessa con i cancelli, le mura di cinta, le sbarre, le celle di isolamento, ma anche la censura, le condizioni igieniche, i delatori. Come ebbe a scrivere Foucault si trattava di una “rivolta, al livello dei corpi, contro il corpo stesso della prigione”.

La stagione di lotte nelle carceri italiane è ben raccontata da Irene Invernizzi, della Commissioni Carceri di Lotta Continua, nel suo libro: “Il carcere come scuola di rivoluzione”, che ebbe a suo tempo notevole diffusione e importanza. Annunciate da episodi di agitazione ancora marginali nel 1968 (favoriti dalla presenza in carcere di studenti universitari), le rivolte di massa esplodono nei grandi carceri giudiziari nell’aprile del ’69. Il via viene dalle Nuove di Torino l’11 aprile, non a caso giorno dello sciopero generale per i morti di Battipaglia. Come un’onda lunga si diffonde subito a Marassi e in serata a San Vittore, subito circondato da duemila poliziotti e carabinieri.

Nei primi giorni la rivolta delle Nuove viene gestita da un “comitato di base” che si impossessa di un ciclostile per diffondere una “carta rivendicativa”, con attacchi alla “difesa d’ufficio” e alla “custodia preventiva”. Anche in seguito alla mancanza di impegni da parte delle autorità, nell’ultimo giorno la rivolta diventa violentissima. L’entità della sollevazione torinese è fotografata dagli scatti del cappellano del carcere. Vengono distrutti simboli e dispositivi del carcere: l’ufficio matricola, l’ufficio fascicoli personali, la cappella, i macchinari su cui i carcerati lavorano 8 ore per 350 lire al giorno, le fognature e le tubature dell’acqua dell’800. Gli scatti fotografano anche scritte contro la giustizia di “classe” e di “merda”, su di un muro si può leggere: “Il Capitale ha mille facce: le caserme, la famiglia, la scuola, la chiesa, il carcere”. A San Vittore, la forza pubblica entra nel carcere e ingaggia una battaglia che dura quindici ore con il lancio di centinaia di bombe lacrimogene e non poche raffiche di mitra e colpi di pistola.

Nella lettura di Irene Invernizzi la rivolta ha un residuo psicologico, uno politico e uno pratico. Da un punto di vista psicologico nella rivolta il detenuto ritrova la propria dignità, il rispetto per sé stesso. A livello politico le lotte creano uno spazio, anche se solo momentaneo, di unità, di discussione, di accrescimento della coscienza della propria condizione: “(…) con l’allontanamento dei secondini, l’abbattimento delle porte e divisioni interne in muratura, i detenuti si trovano fisicamente tutti uniti e padroni della situazione. Fuori del carcere c’è la polizia e i carabinieri, pronti a intervenire con i gas: allora si collabora tutti insieme quando entrano i poliziotti. Insomma, magari solo poche ore, tutte le divisioni saltano e ci si ritrova tutti uniti, repressi allo stesso modo, ma tutti decisi a reagire allo stesso modo”. A livello pratico le rivolte producono l’effetto di un aumento degli anni di carcere, ma sono anche una spinta che ha portato molti direttori a fare piccole concessioni e soprattutto hanno costretto l’opinione pubblica a prendere atto del problema carcerario.

L’intervento di Lotta Continua nell’ambito del sistema carcerario è il prodotto dell’interesse per le lotte spontanee dei carcerati, dell’esperienza diretta di molti suoi militanti incarcerati e di una determinata visione dello scontro di classe. A un anno dall’ “autunno caldo” l’organizzazione formula in modo sempre più esplicito la linea politica della “socializzazione della lotta di classe”. Il dominio del Capitale investe la totalità della vita dei proletari. Se in primo luogo si concretizza nello sfruttamento in fabbrica, da qui si estende, in diverse forme, a tutta la vita sociale. Il capitale struttura la società intera, la controlla e la plasma sulla base del suo bisogno di riprodursi come rapporto sociale. Quindi il conflitto va portato in tutti i luoghi della riproduzione del sistema con l’obiettivo strategico di unificare tutti i segmenti del proletariato. Unire il proletariato significa “rovesciare la disgregazione proletaria, il controllo sulle masse esercitato attraverso la solitudine, il ricatto economico, l’ideologia borghese nel suo contrario, nell’unità proletaria complessiva (…). Non più solo contro la produzione capitalistica, ma per il diritto ad una vita sociale libera dal bisogno, sana e capace di felicità” (LC autunno 1970). Passare alla “lotta generale” per LC, nel 1970, vuol dire sviluppare una iniziativa politica che, pur mantenendo fermo l’intervento nelle fabbriche, si estenda lungo altre tre linee direttrici: il territorio urbano, le carceri e l’esercito.

Le carceri diventano, fin dai primi mesi della sua esistenza, un significativo ambito di intervento che interessa non solo i militanti politici incarcerati, ma sempre di più i detenuti comuni. A partire dall’ottobre 1970 il giornale dedica al problema carcerario una rubrica il cui titolo riprende l’aforisma di Voltaire: “La storia di un popolo è scritta nelle sue prigioni”. Nel giugno dell’anno successivo la stessa rubrica prenderà a prestito il titolo del libro di Fanon: “I dannati della terra”. Così si legge nel commento che la apre questa sezione dedicata al problema carcerario: “Anche nelle carceri, come nelle caserme, nelle scuole, nelle fabbriche e nei quartieri, si sviluppa la lotta di classe, l’avanguardia comunista impara a separare gli amici dai nemici, a isolare i padroni e i loro servi, prepara le condizioni perché anche i dannati della terra riconoscano nella lotta per il comunismo la soluzione dei bisogni e delle aspirazioni ad una vita diversa”.

Come in tutta la pratica politica di LC di quegli anni, anche per la condizione carceraria è di vitale importanza la “presa di parola” (eredità del 68) da parte dei soggetti che vivono in prima persona la condizione di sfruttamento e di emarginazione sociale. La parola viene data dal giornale attraverso lo strumento della lettera in cui i proletari imprigionati descrivono la loro condizione, raccontano le lotte e la loro presa di coscienza della funzione del carcere e del loro essere parte della classe sfruttata.

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