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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

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Fermiamoli prima che sia troppo tardi

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Fermiamoli prima che sia troppo tardi

La idea che ridurre il cuneo fiscale sia un bene per la classe lavoratrice è errata, introiettiamo un punto di vista padronale e ci pieghiamo agli interessi della classe che dovremmo invece contrastare.

L'obiettivo di Confindustria era da tempo noto ossia il taglio strutturale del costo del lavoro con un costo insostenibile per lo Stato italiano (a meno di non distruggere definitivamente scuola e sanità pubblica che avrebbe costi sociali insostenibili e risposte sul modello francese) pari a circa 16 miliardi di euro. I centri studi di Confindustria avevano anche quantificato i benefici di questo generalizzato taglio ossia una mensilità di 1220 euro in più per tutta la vita lavorativa nella fascia di reddito fino a 35mila euro. Ovviamente non hanno quantificato i costi sociali derivanti dalla riduzione dei servizi del welfare

Il Governo Meloni accoglie solo parzialmente la proposta di Confindustria, fino ad oggi due terzi del cuneo sono stati a carico dalle imprese e per un terzo dai lavoratori. Nella proposta di Confindustria si chiede di far pagare i due terzi ai lavoratori e un terzo alle imprese, chi ha meno soldi pagherebbe assai di più dei datori.

Non si dice che tagliando il cuneo fiscale si impoverisce il welfare e non si restituisce potere di acquisto ai salari e alle pensioni già erose dalla cancellazione della scala mobile che era strettamente connessa al costo della vita reale e non agli andamenti del Pil.

Ma il parziale taglio del cuneo fiscale del Governo Meloni prevederà tagli al welfare? Se aumenti le spese militari non resterà che abbattere la scure dei tagli sulla spesa sociale magari con alcune riduzioni di spesa marginali che incideranno tuttavia su una spesa già contratta da anni che poi si traduce in disinvestimento su capitoli di bilancio già deficitari

Altro provvedimento che il Governo sta per approvare riguarda i contratti a tempo determinato con un attacco feroce diretto al Decreto dignità.

Fino a 12 mesi non ci saranno le causali per i tempi determinati poi le causali saranno negoziate con intese ad hoc con i sindacati cosiddetti rappresentativi, gli stessi che non vogliono il reddito minimo pensando che i loro contratti nazionali siano dignitosi quando invece prevedono paghe orarie non dignitose 

Su 3,59 milioni di contratti a termine attualmente vigenti, lo dice Il Sole 24 Ore, sono 2,99 milioni quelli con una durata fino a 12 mesi, dopo la quale scatta l’obbligo di inserire la causale, cioè la motivazione che giustifica il ricorso al lavoro a tempo determinato (l’obbligo è previsto sempre in caso di rinnovo del contratto e dopo i primi 12 mesi in caso di proroga)

Perché allora riscrivere la disciplina delle causali?

Perché i sindacati sono già pronti a sottoscrivere deroghe ai contratti nazionali o a recepire al loro interno un abuso del tempo determinato, così facendo si guadagnerebbe il consenso acritico delle parti sociali evitando sul nascere conflitti e lotte contro la precarietà  La disciplina nella contrattazione collettiva è risultato di contratti nazionali sottoscritti a favore dei padroni e non solo con aumenti inferiori al costo della vita ma con norme capestro come la tacita accettazione delle deroghe, il mantra della produttività che guida gli accordi di secondo livello, non esiste quindi alcun bilanciamento tra flessibilità del lavoro e i diritti del lavoratore, si rafforza invece la precarietà con un accordo innaturale che vede il sindacato subalterno ai voleri datoriali.

Sostituire le causali di legge con le causali contrattuali era un obiettivo storico della Cisl che non a caso nei giorni scorsi ha disertato le piazze di Uil e Cgil nelle quali si esprimeva una timida e parziale critica ai primi provvedimenti del Governo di destra.

Vince il sistema delle deroghe ai contratti nazionali dopo averli infarciti di norme e regole ad uso e consumo dei datori con aumento della produttività, perdita del potere di acquisto e istituti contrattuali peggiorativi.

La scelta del Governo di cancellare le causali viene ben accolta dai datori come una sorta di rivoluzione culturale e giuridica, per lor signori tempo determinato non è sinonimo di precarietà visto che da decenni è diventato il contratto individuale di riferimento a discapito della stabilità occupazionale.

Un’autentica battaglia di retroguardia, oggi si difende il codice Ipca (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato per i Paesi dell'Unione Europea) sotto attacco e ci si dimentica della scala mobile, si pensa che il tempo determinato sia una alternativa al lavoro nero gettando nell'oblio l'indeterminato.

Subalternità culturale, ideologica e politica di un sindacato ormai del tutto asservito alle logiche padronali 

Il centro studi di Confindustria pensa infatti che il lavoro a tempo (anche nella forma della somministrazione di manodopera) offre tutele, diritti e opportunità: maggiore è lo spazio per il suo utilizzo per le imprese, minore è la convenienza di applicare formule precarizzanti e irregolari come false partite Iva, Co.co.co. irregolari e simili.

La prossima tappa della controriforma riguarderà proprio i contratti collettivi per scongiurare ogni forma di contenzioso e riscrivere l'intera norma giuslavorista secondo i dettami padronali.

A cura della redazione pisana di Lotta Continua

 

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