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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

Elliot Abrams, il sicario di Trump in Venezuela.

venezuela

La nomina di Elliot Abrams come inviato speciale in Venezuela da parte dell’amministrazione Trump ha segnato un cambio di passo nella strategia imperialista di destabilizzazione del Venezuela.

Gli scontri avvenuti lo scorso fine settimana al confine con la Colombia, ripresi e montati ad arte dai professionisti delle fake news di Repubblica e soci, hanno mostrato chiaramente l’impronta statunitense nella definizione delle tattiche del golpista Guaido’. Il tentativo di nascondersi dietro alle colonne di aiuti umanitari si inserisce alla perfezione nel tentativo di egemonizzare un’opinione pubblica diffidente nonostante l’appoggio tri-ipartisan dell’Occidente (conservatori, progressisti, populisti uniti in una Santa Allenza contro Maduro). La macchina propagandista USA lavora a ciclo continuo, tra un servizio strappalacrime dei liberal-idioti del New York Times e un collegamento televisivo da Bogota’ (!),  con il sottofondo kitsch del concerto organizzato dal miliardario Richard Branson che ha visto esibirsi giganti della musica come Luiz Fonzi (quello di Despacito) e Miguel Bose’, scongelato per l’occasione e pronto a battersi per la libertà (come quando si esibì per Pinochet nel 1981, noto democratico). Avessero invitato Jovanotti e dato il catering in gestione a Eataly, gli Stati Uniti si sarebbero garantiti l’invio di un battaglione di para’ in supporto ai guarimberos, ma tanto sanno di poter contare sull’appoggio incondizionato di parlamento, governo e giornali senza dovere niente in cambio.

Al centro di questo remake della sempiterna ”esportazione della democrazia” non poteva che trovarsi Abrams, l’Inviato Speciale in Venezuela scelto da Trump per ottenere lo scalpo di Maduro e del bolivarismo, in modo da chiudere un ventennio di esperimenti sociali e soffocare sul nascere qualunque tentativo cinese o russo di egemonizzare il “giardino di casa” USA.

Ma chi è questo individuo dalle folte sopracciglia, di cui in Italia sappiamo poco o niente?

Elliot Abrams è stato il “comandante in capo dei contras” nei ruggenti anni ’80, dominati dalla coppia Reagan – Thatcher, con interventi che hanno spaziato dal Nicaragua a El Salvador, passando per Guatemala, Honduras e Uruguay. I genocidi, le violenze su larga scala e le atrocità commesse ai danni delle popolazioni che avevano osato ribellarsi al giogo imperialista americano sono stati definiti da costui un “grande successo”, a riprova della totale inconsistenza di qualsivoglia riferimento a diritti umani e democrazie.

L’unico limite di questi interventi, a detta di Abrams, fu l’eccessivo “micromanagement” delle azioni degli squadroni della morte; gli USA, infatti, furono costretti non solo a finanziare e addestrare i contra, ma a gestirne le operazioni fin nei dettagli, con un evidente aggravio di costi e una grossolana violazione delle più basilari norme di diritto internazionale. Come nel caso dell’assassinio dell’arcivescovo salvadoregno Oscar Romero e della successiva guerra civile, gli Stati Uniti non solo finanziavano i miliziani ma contribuivano a compilare liste di militanti politici, sindacalisti e personaggi scomodi da eliminare.

Tra le varie nefandezze, Elliot Abrams ebbe un ruolo di primo piano anche nel genocidio condotto ai danni delle popolazioni indigene del Guatemala per mano del dittatore Rioss Mont, nei mesi immediatamente successivi al colpo di Stato del 1982. Le stragi di Moss sembrarono a Abrams “un decisivo avanzamento nel rispetto dei diritti umani”, tanto da spingerlo a farsi promotore di una campagna per la fornitura di armi più potenti e sofisticati alla giunta militare guatemalteca, che tanto aveva a cuore il benessere dei propri cittadini.

 

La brillante carriera di questo assassino in doppiopetto, con la faccia come il culo e una concezione piuttosto originale dei diritti umani, subì un parziale rallentamento nel 1991, quando fu condannato per aver ripetutamente mentito al Congresso sullo scandalo Iran-Contra. Egli ebbe infatti un ruolo centrale nella continuazione della fornitura di armi alle squadre della morte in Nicaragua, nonostante che il numero dei morti e il livello di atrocità commesse avessero spinto il Congresso americano a proibire queste operazioni.

La detenzione durò tuttavia poco più di un battito di ciglia. Il complesso militar-industriale, da sempre molto tenero nei confronti dei propri “camerati che sbagliano”, ottenne nel 1993 la grazia per il suo sicario preferito, firmata dall’allora presidente George Bush padre, meritatamente passato a peggior vita lo scorso anno.

Negli anni successivi Abrams continuò a ricoprire ruoli di una certa importanza all’interno delle amministrazioni repubblicane, risultando tra i fautori del fallito colpo di Stato contro Chavez del 2002 e supportando tutte le peggiori nefandezze israeliane assieme al falco Condoleeza Rice.

Evidentemente spossato dai milioni di morti causati dalle scorribande “democratiche” in Iraq e Afghanistan, passò gli anni dell’amministrazione Obama a bagnomaria in vari “think tank” conservatori, continuando a tessere relazioni di un certo livello.

Ma quando ormai la pensione sembrava vicina, ecco la chiamata di Trump.

Fiutato l’odore di sangue e petrolio proveniente da Caracas, chi meglio di Elliot Abrams per il lavoro sporco?

Lorenzo

Redazione pisana Lotta Continua

 

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