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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

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Tutti i limiti delle realtà conflittuali in tempi di contagio

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Esiste una linea nazionale che accomuni le realtà conflittuali in tempi di contagio? Al di là delle letture, spesso ideologiche e consolatorie, della realtà quella che manca è proprio una visione complessiva che permetta di individuare obiettivi e pratiche comuni.
I limiti appena descritti non riguardano solo le singole organizzazioni, non tutte ma quasi, o i coordinamenti che vorrebbero presentarsi dal basso quando poi sono frutto di realtà, magari piccole, organizzate e di quadri sindacali.
Ben vengano i tentativi di ricomposizione reale che non siano tuttavia la ennesima iniziativa per portare acqua alle singole organizzazioni o per inseguire la retorica dell'unità quando poi materialmente si lavora alla divisione,  poi c'è chi pensa di andare ad assemblee e congressi nazionali per scindere l'atomo alla ricerca della purezza assoluta, incapaci di costruire perfino una lettura univoca e dare supporto alle realtà locali, per intenderci chi sui territori fa il vero sindacato a contatto ogni giorno con la forza lavoro.
La coerenza non è mai abbastanza specie se ogni giorno strilli contro gli accordi sottoscritti da altri, quanti criticavano la sudditanza del sindacato alla politica oggi non sapendo piu' cosa dire per giustificare la propria presenza straparlano di assenza del soggetto politico. O se urli ai quattro venti che con certe organizzazioni non firmerai mai nulla salvo poi ritrovarti (magari a ragione una volta tanto) a sottoscrivere piattaforme.
Insomma si naviga a vista cambiando pelle e analisi per auto assolversi e giustificare il proprio operato. Ma tutto ciò può bastare? Sicuramente no.
Molti delegati\e raccontano di essere stati letteralmente abbandonati, basti ricordare dei lavoratori licenziati per avere violato i codici etici e di comportamento aziendali quando invece hanno solo denunciato l'assenza di dpi in azienda e il rischio concreto di ammalarsi e morire.
I vari uffici legali potrebbero costruire una rete di supporto valida erga omnes ma invece si va in ordine sparso.
Dietro a molti proclami di vittoria ci sta semplicemente la nostra impotenza, alcuni risultati importanti sono stati conquistati perché tutti, perfino settori confederali, hanno marciato nella medesima direzione guadagnando perfino il sostegno dei Consulenti del Lavoro come nel caso degli assegni familiari negati ai beneficiari del Fis.
Ma a nessuno è venuto in mente che gli ammortizzatori sociali attuali poi sono gli stessi ridotti a brandelli dal Governo Renzi, anderebbero ripensati per una platea decisamente piu' ampia e in tempi dilatati rispetto agli attuali, dovremmo intervenire nel merito della questione costringendo le imprese a non ricorrere ai soldi pubblici per affrontare la riduzione della domanda quando poi dividono utili a più cifre tra gli azionisti.
Ma sugli ammortizzatori sociali poco o nulla è stato fatto, si sono trovate (per fortuna) intese sul reddito di quarantena ma da qui a tradurre la proposta in iniziativa politica, sociale, sindacale e culturale corre grande differenza. Del resto perfino sul reddito di cittadinanza non siamo riusciti a dire qualcosa di significativo, sarebbe stato sufficiente proporre dei lavori socialmente utili con copertura previdenziale al posto del reddito decidendo in partenza interventi e opere necessarie per la cittadinanza e il settore pubblico. Ma anche nel caso del reddito non siamo usciti dalla vulgata liberista o l'abbiamo contrastata in termini ideologici con ideologie ormai avulse dal sentire comune.
E tra qualche mese si scatenerà la guerra tra poveri con i settori più a rischio a rivendicare maggiore salario giudicando chi si è fermato o è finito a casa con gli ammortizzatori sociali una sorta di privilegiato.
Un altro terreno dove misurare la nostra iniziativa dovrebbe essere quello dei buoni alimentari ma non siamo andati oltre comitati spontanei che vanno in cerca di cibo dai negozi per distribuirlo gratuitamente ai bisognosi (iniziativa importante ovviamente) o alla critica verso i criteri decisi dai singoli Comuni funzionali a favorire qualche area sociale a discapito di altre.
Ad esempio alcuni Enti locali di centro destra hanno inserito criteri a favore dei lavoratori autonomi, altri invece hanno fatto prevalere il rapporto tra entrate in famiglia e il numero dei componenti per strizzare l'occhio alla Chiesa cattolica e alle famiglie numerose.
Sui buoni alimentari abbiamo perso l'occasione di entrare nel merito di cosa sia oggi la povertà e degli interventi necessari per contrastarla, chi siano i nuovi poveri e dove si trovano, non ci risulta poi che le amministrazioni locali abbiano ripensato il lavoro, ad esempio favorendo progetti e servizi nuovi in smart working o recuperando le mense scolastiche come supporto reale per la consegna di pasti caldo a domicilio.
È poi mancata una iniziativa comune nelle aziende e fabbriche aperte anche nei momenti più drammatici del contagio, gli scioperi sono stati locali e spontanei, per lo più ove non corre l'obbligo dei servizi minimi essenziali. Ma una piattaforma comune e trasversale, unità minima di intenti, sarebbero stati indispensabili per non abbandonare le singole Rsu ad un confronto impari con i datori di lavoro. Perfino sulla regolarizzazione dei migranti in agricoltura non c'è stata l'iniziativa necessaria, eppure l'esempio del Portogallo dovrebbe indurre ad alcune riflessioni.
E infine sulla fase due del contagio, la cosiddetta ricostruzione che vedrà a capo della task force un manager, qualche idea di come affrontare il nemico di classe dovremmo pur averla senza far finta che nulla sia cambiato da fine 2019.
Tra poche settimane ci ritroveremo con aziende e realtà aperte e andare in ordine sparso senza neppure alcune idee comuni non sarà di aiuto a quanto resta delle aree sindacali, sociali e politiche conflittuali. Se cogliamo noi, dalla periferia, i limiti e le contraddizioni, immaginiamoci quale potrà essere la reazione delle classi subalterne che vengono da anni di ubriacatura liberista e al di là della retorica generica dell'unità non sono da anni abituati a ragionare e ad agire insieme.
Qualcosa possiamo fare ma serve un cambio di passo e di cultura politico sindacale. E qui iniziano le vere difficoltà, è inutile nascondere la testa sulla sabbia o fare fughe in avanti, la realtà, bella o brutta che sia, va sempre compresa ed affrontata.

 

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