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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

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Per non subire e pagare la crisi. Interviste

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Abbiamo intervistato alcuni delegati sindacali che in queste settimane hanno provato a ricostruire percorsi all'insegna del conflitto nei luoghi di lavoro. Alcune riflessioni utili per ripartire insieme e senza cedimenti alle logiche dell'unità tra padroni e produttori.

D. Dopo tre mesi di pandemia cosa sta accadendo nei posti di lavoro?

In questi tre mesi abbiamo toccato con mano che poco o nulla è cambiato, i responsabili dei disastri, dei contagi, di oltre 32 mila morti, stanno ottenendo la impunità tra circolari Inail e interventi ministeriali, le regole del pareggio di bilancio negli Enti locali restano al loro posto determinando contrazione della spesa per sanità, istruzione e manutenzione del territorio. Numerosi Governatori hanno annunciato la pubblicizzazione delle Rsa salvo poi dimenticarsene a distanza di pochi giorni, il Ministro del Lavoro ha parlato di riduzione dell'orario di lavoro ma dopo l'aut aut di Confindustria è tornata sui suoi passi, la riforma degli ammortizzatori sociali, dimostratisi insufficienti e inadeguati, si sta piegando ai voleri della Ue che ha già dettato condizioni ben precise alle quali ha vincolato i soldi, o i prestiti al nostro paese. Questi sono i fatti. Intanto lavoratori e delegati che hanno denunciato pubblicamente la carenza o l'assenza di dispositivi di protezione individuale sono sotto procedimenti disciplinari se non hanno addirittura perso il posto di lavoro nel silenzio assenso dei sindacati. Il risultato? Incutere paura per imporre passività e rassegnazione. E non dimentichiamo i diritti sociali, in primis quelli alla salute, all'istruzione e all'abitare.

D. Partiamo dal privato...

Nelle cooperative registriamo un clima surreale, tanti sono in ammortizzatore sociale, non si sa quando molti servizi ripartiranno e la possibilità che possa avvenire dopo l'estate con tagli agli organici e alle ore è sempre più concreta. Poi c'è il variegato mondo degli appalti dove le lavoratrici e i lavoratori debbono difendersi ogni giorno tra letture delle buste paga che non tengono conto delle ore effettuate, da datori di lavoro che sovente non anticipano neppure gli ammortizzatori sociali e cercano solo di massimizzare i profitti con la riduzione dei costi che poi significa meno ore e minore salario. Esigere adeguati dpi è sempre più difficile, dopo settimane alcuni nostri delegati attendono ancora scarpe antinfortunistiche andando avanti con forniture di due anni fa. Poi ci sono situazioni come quelle dei trasporti con tanti appalti che rischiano di trovarsi dopo l'estate con bandi di gara risicati, riduzione dei budget determinerà tagli occupazionali e di ore. E nelle fabbriche la paura di perdere il posto di lavoro, o di restare anni in cassa integrazione con stipendi decurtati, sta spingendo molti a tornare in produzione senza verificare se ci sono le condizioni necessari a tutela della nostra salute e sicurezza.

 D. E nel pubblico?

La Pubblica amministrazione è stata incapace di rivedere e ripensare le modalità di erogazione dei servizi, lo smart è servito soprattutto agli Enti per palese incapacità di mettere in sicurezza lavoratori e lavoratrici, non hanno idea di come gestire i servizi da remoto, i cittadini sono sempre piu' arrabbiati e se la prendono con i dipendenti per disservizi dei quali non hanno colpa. Nella Pubblica amministrazione si parla tanto ma si fa ben poco, chi lavora da casa lo fa con i propri strumenti, spesso non c'è collegamento alle reti di dati, si potrebbe erogare un servizio efficiente da remoto ma invece non succede. Il rischio è che lo smart sia l'occasione per indebolire ulteriormente il potere di acquisto e contrattuale, non solo perché alcuni istituti contrattuali non sono pagati in attesa di un fatidico dpcm ma perché l'occasione è ghiotta per individualizzare il rapporto di lavoro evitando ogni confronto sindacale e lasciando il singolo dipendente in balia di dirigenti e funzionari. Con la scusa dello smart la inefficiente performance, utile solo a dividere i lavoratori e a farci perdere soldi, rischia di essere rilanciata e rafforzata.

D. cosa fare?

Rilanciare il conflitto, la difesa dei lavoratori e delle lavoratrici dalla repressione, non accontentarsi di tornare alla normalità soprattutto se pensiamo che quella normalità significava precarizzazione, miseria e quieto vivere. Quella normalità non ha determinato condizioni di vita dignitose per milioni di lavoratrici e lavoratori precari. In queste settimane il Governo ha eliminato l'obbligo delle casuali per i contratti a tempo determinato, il decreto Dignità, con i suoi limiti, è diventato già troppo "avanzato". Poi i pareggi di bilancio statali e locali che restano al loro posto. I motivi per confliggere non mancano, bisogna rimettere al centro le istanze della forza lavoro altrimenti il disagio e la rabbia sociale saranno cavalcati da Salvini e Meloni, insomma da chi difende il modello sanitario lombardo con tutti i disastri accaduti, da chi dietro al populismo nasconde soluzioni liberiste che poi sono tra le cause della situazione attuale. Allo stesso tempo è palese la subalternità del Governo ai poteri forti della economia e finanza, ai dettami della Bce come dimostreranno ben presto le condizioni imposte dai prestiti europei. La confusione regna sovrana, il problema principale è rappresentato dalla incapacità di tanti lavoratori nel comprendere cosa stia realmente accadendo, quali siano i rischi che la classe lavoratrice sta correndo. Il sindacato complice è alleato del Governo e sogna una nuova concertazione nonostante i fallimenti degli ultimi anni. Da qui dobbiamo ripartire per non ripetere gli stessi errori del passato.

Redazione pisana di Lotta Continua – 5 giugno 2020

Da: https://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com

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