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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

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In ricordo di Nello. Un suo scritto sull'organizzazione.

nello

CONTRIBUTO AD UNA DISCUSSIONE SULL’ORGANIZZAZIONE

Nello Coppi

Se soffi su una scintilla, si accende;

se vi sputi sopra, si spegne;

eppure ambedue le cose escono dalla tua bocca.  Ecclesiastico (28-11)

Forlì, ottobre 2011

Premessa

Provare ad affrontare l’ adeguatezza di una organizzazione nella crisi evidente e profonda di tutti gli istituti di rappresentanza comporta l'affrontare alcuni nodi più generali del tema “organizzazione”.

I partiti tutti, così come li conosciamo, sono il risultato organizzativo di un percorso complesso che ha attraversato tutto l'ottocento ed il novecento ed ha, a monte, una riflessione articolata  non solo sullo Stato e sul potere, ma anche sulla economia e la società. 

Per quel che ci riguarda più da vicino – i partiti del movimento operaio – Marx, ne "Il manifesto del Partito Comunista", fa derivare il ruolo dei comunisti da una analisi profonda dei processi di valorizzazione del capitale e dalla individuazione del soggetto rivoluzionario quale portatore di interessi generali antagonisti a quelli del Capitale. Solo a questo punto definisce il ruolo necessario dei comunisti e della loro organizzazione  nel passaggio  dalla "classe in sé" alla "classe per sé".

Anche Lenin, nel "Che fare?", fa precedere la indicazione di quale struttura organizzata sia necessaria da una articolata "analisi di fase", in cui analizza i processi di valorizzazione del capitale in una precisa fase storica. Da quell’analisi ricava la ineluttabilità della guerra e la necessità di una organizzazione adeguata a trasformare  la prevista guerra imperialista in guerra rivoluzionaria ( Da notare: il libro viene pubblicato nel 1902, la guerra scoppierà nel 1915. In mezzo, la lunga e faticosa individuazione ed organizzazione del blocco sociale protagonista del processo che dalle insurrezioni del 1905 porterà alla presa di potere del 1917).

Sottolineata ancora una volta la necessità di una analisi adeguata (strategica e di fase), occorre aggiungere che una organizzazione esistente tende a perpetuare se stessa. Pur al variare delle condizioni esterne, non si chiederà mai come cambiare: al massimo si chiederà come poter rispondere, restando così com'è, al cambiamento. Credo inutile spendere ulteriori parole, perché è un fenomeno che abbiamo sotto gli occhi: e nella incapacità dei partiti tutti a ripensarsi, brilla la cosiddetta sinistra “radicale”, che, in assenza di pensiero, continua a riproporre una vecchia struttura di partito, confondendo il mezzo con il fine. Più in generale – e non so cosa sia peggio – domina l’idea di organizzazione come “partito di” (Fini, Di Pietro, Vendola, e via berlusconando).

Quando i cambiamenti nel contesto sono radicali, l'organizzazione perde di senso e punta a mantenersi attraverso una forma di "sacralità laica" dell'organizzazione. Al centro non c'è più  la ragione dell'organizzazione ma la conservazione del potere. Si accentuano così gli aspetti gerarchici e di comando dell'organizzazione e perdono di valore le finalità per cui ed il contesto in cui il comando si esercita. E’ questo processo che si definisce normalmente come "burocratizzazione".

A questo punto, appare evidente che, per avanzare una ragionata proposta, occorre affrontare tutti gli aspetti caratterizzanti l’organizzazione: organizzazione come cultura (che la sottende e le dà senso), come potere , come macchina.

Il che comporta pesanti difficoltà anche per due ordini di motivi:

  • la naturale resistenza ai cambiamenti  dell'organizzazione – che, come abbiamo accennato, tende a perpetuare se stessa e la propria cultura, anche se ormai priva di senso -;
  • la feroce resistenza del potere, e non solo ai vertici dell’organizzazione.

In più, perché una nuova cultura dell'organizzazione si imponga, occorre avere successo. E’ solo con il successo (cioè l'adeguatezza dimostrata) che si impongono le organizzazioni. O, per dirla con le parole di un altro, la teoria deve essere inverata nella prassi.

Siccome non nasce un Carlo Marx ad ogni angolo di strada, il percorso non è affatto facile. Forse una adeguata struttura organizzativa può ovviare, almeno in parte, anche a questo: mettendo in rete i cervelli, così come si mettono in rete tanti PC per avere più potere di calcolo.

Oltre alla letteratura classica sull'organizzazione ed ai citati “Manifesto del Partito Comunista” e “ Che Fare?”, faccio riferimento a: "Teoria della complessità" di Fritjof Capra, “ Leader, giullari e impostori” di Manfred Kets de Vries e "Un Manifesto Hacker" di Wark McKenzie.

Oltre al sempreverde "L'arte della guerra" di Sun Tzu.

CULTURA

E' banale, ma le cose acquistano senso solo in un contesto: i dati statistici, le storie personali, gli eventi. E anche le organizzazioni.

Quindi, partiamo dal contesto: e, prima di tutto, dal contesto economico e sociale.

La fondamentale novità - sulla quale occorre concentrare tutta l’intelligenza di cui siamo capaci e tutta l'attenzione possibile - è rappresentata dalla introduzione e diffusione, nei processi produttivi e finanziari, a partire dalla metà degli anni 70, delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione  (ICT).

Di questo sconvolgimento, la sinistra intera non è stata capace di cogliere la novità che rappresenta. Per quanto lo spirito del capitale resti quello illustrato da Marx nel primo libro de "Il Capitale", il processo di valorizzazione è assai diverso da quello analizzato nell'assetto industriale conosciuto nell'ottocento e nel novecento. Ed è questa la fondamentale carenza culturale che occorre compensare.

L'ICT, ben lungi dall'essere un semplice “acceleratore di processi", è diventato il cuore della valorizzazione del capitale e lo strumento che ha permesso il trasferimento da settori sociali ad altri della ricchezza prodotta, determinando un blocco sociale che ha garantito l’accentramento di tutte le risorse – finanziarie, culturali, tecniche, ecc. – nelle mani di pochi.

Con rapidità impressionante sono stati atomizzati gli assetti delle classi, fino ad azzerare e/o inglobare nel nuovo blocco sociale  anche gli strumenti di rappresentanza e di controllo che il movimento operaio era riuscito a costruire in  oltre un secolo. E a mettere in crisi la funzione storica stessa dello stato nazionale.

 

Per quel che riguarda i comunisti, è stato colpito al cuore e frantumato il soggetto rivoluzionario dell'era dell'industrializzazione (la classe operaia) e, conseguentemente, il sistema di alleanze strategiche e tattiche e il ruolo del partito come avanguardia cosciente della classe, l'organizzazione di chi aveva fatto il salto di coscienza dalla "classe in sé" alla "classe per sé".

A fronte di questo terremoto, la sinistra tutta ha continuato a perpetuarsi in riti -come fa ogni organizzazione ormai inutile - che tengono al centro il potere e non la rappresentanza di interessi generali. Dai "ma anche" di Veltroni alle "strategie" di D'Alema, dai "mantra" di Bersani al "partito leninista" di Diliberto, è tutto un far finta che non sia successo niente.

Nel frattempo, indipendentemente e, direi, nonostante loro, spezzoni di classe hanno cominciato a riconoscersi come "classe in sé", prefigurando l'emergere di una nuova "classe per sé", antagonista agli attuali processi di valorizzazione del capitale. 

A partire da questa nuova classe rivoluzionaria, che lavora e produce proprio nel cuore dell’ICT e dell’astrazione conseguente, apportatrice di interessi generali, vanno ridefinite strategie e tattiche e, conseguentemente, l’organizzazione e le alleanze.

Spetta a loro - ed ai teorici e cultori di Marx - contestualizzare ed arricchire gli strumenti di analisi (la contraddizione di classe, la contraddizione di genere, la contraddizione di specie).

Per quel che mi riguarda, mi interesso di cultura delle organizzazioni e solo su questo mi sento di avanzare un contributo alla riflessione. Una organizzazione adeguata dovrà, almeno in parte, ovviare al fatto che di Karl Marx, in giro, non se ne vedono.

POTERE

Non trovo utile infilarsi nella storia dei partiti politici o nelle teorie struttural-funzionalista o neo-elitista del potere: sono temi interessanti, ma di scarsa utilità rispetto alle necessità che abbiamo.

Preferisco partire, invece,  dal sottolineare come tutte le strutture organizzative della società industriale (produttive e non, comprese quelle di rappresentanza ed i partiti) siano strutture verticali.

Sono, cioè, strutture in cui ha prevalenza il rapporto gerarchico.

Se è vero che in una organizzazione ognuno ha un qualche potere, questo è comunque strutturato in una linea di comando che va dal vertice alla base. Dentro questa linea di comando vengono esercitate tutte le funzioni, comprese quelle di verifica e controllo. L’autorità deriva dal ruolo ricoperto nella linea di comando: l’autorevolezza dalla capacità e dal riconoscimento di quell’autorità.

Va da sé che anche in una organizzazione “on line” le modalità di selezione per la copertura dei vari ruoli nella linea di lavoro/comando ne determinano il successo o l’insuccesso. Perché le soggettività sono, nelle condizioni date, un elemento determinante, nel successo delle aziende, dei partiti e delle rivoluzioni. Come nella loro sconfitta.

Ma sulle soggettività – oltre a rimandare allo splendido testo di  Manfred Kets de Vries già citato – torneremo più avanti, affrontando l’aspetto “macchina” dell’organizzazione.

Questo tipo di struttura basata su una linea di comando verticale è riuscita a governare tutte le situazioni del ‘900.

Ma è ancora la struttura organizzativa adeguata?

Credo occorra, a questo punto, una puntualizzazione semantica che chiarisca la differenza tra complicato e complesso: ci sarà utile.

Con approssimazione, mi sembra si possa concordare sul ritenere:

complicato un sistema in cui hanno prevalenza gli oggetti/prodotti e può essere compreso analizzandone i componenti;

complesso un sistema in cui hanno prevalenza le interazioni tra i componenti del sistema e tra questi e l’ambiente esterno. Non è perciò possibile, dalla semplice analisi dei componenti,  derivare la conoscenza del sistema.

Nel caso di un sistema economico locale, ad esempio, non sarà dall’analisi delle singole imprese che potrà derivare la conoscenza del comportamento di quel sistema.

Ed è il comportamento, che a noi interessa, per comprendere le necessità strategiche e le convergenze di interessi: non ci interessa, cioè, il passato e l’assetto determinato da quel passato, ma il futuro e l’assetto che si prefigura.

Detto in altro modo: da un adeguato approfondimento dell’analisi (cultura) dobbiamo derivare una struttura organizzativa adeguata come potere e come macchina.

Per sviluppare questo sintetico ragionamento occorre una seconda puntualizzazione semantica. E riguarda il termine “globalizzazione”, che spesso vedo alternato al termine “mondializzazione”. Non chiarire la profonda differenza, significa non cogliere la novità sostanziale che rappresenta e correre il rischio di sottovalutare i diversi capitalismi – e, conseguentemente, i modelli di società- che sui mercati globalizzati si stanno confrontando e scontrando.

La mondializzazione, cioè la dimensione spaziale dei mercati, non è una novità: è stata conosciuta già in altre epoche e con altri imperi, non solo in occidente.

La novità sostanziale è data dalla dimensione tempo: dalla velocità con la quale, con l’inserimento dell’ICT nei processi produttivi e finanziari, ogni avvenimento si riflette nel mondo globalizzato.

Una organizzazione adeguata, dovrà tenere conto anche di questo aspetto: meglio una decisione tempestiva e sbagliata ( che si può sempre correggere) che nessuna decisione.

La struttura verticale, organizzazione di governo dei processi nella società industriale, risulta assolutamente inadeguata al governo della complessità nella società post-industriale. La debolezza dei vari istituti di rappresentanza – compresi i partiti - è evidenziata dall’avvitamento intorno al semplice mantenimento del potere. Il che ha prodotto e continuerà a produrre una classe dirigente – le soggettività – selezionata sulla subordinazione e l’asservimento: cioè, sulla mediocrità etica e culturale.

Non ritengo necessari esempi, perché è sotto gli occhi di tutti il risultato: uno sconvolgimento sociale che trova un precedente significativo solo nel passaggio da una economia agricola ad una economia industriale.

MACCHINA

Ed eccoci al dunque.

Nell’era della globalizzazione, il potere non è  più rappresentato dalla proprietà dei mezzi di produzione ma dalla proprietà delle reti attraverso cui passano le merci materiali ed immateriali prodotte.

Non è piccolo accidente: e se non si comprende, è difficile anche capire cosa succede in Confindustria come nella CNA, nella Coop come nella grande distribuzione. Ed è difficile comprendere anche la crisi dell’occidente e l’emergere di una economia che occupa le reti finanziarie e produttive

Riassumendo le criticità evidenziate nei paragrafi precedenti, la risposta a “quale macchina organizzativa ci serve?”  deve produrre una organizzazione capace di offrire:

una risposta sull’aspetto cultura, che a partire dai processi di valorizzazione del capitale nell’era dell’ICT e della globalizzazione sappia individuare, a partire dal nuovo soggetto rivoluzionario, le conseguenti alleanze strategiche e tattiche. Dentro questo aspetto vanno considerate azioni e comunicazione capaci di favorire il passaggio da “classe in sé” a “classe per sé” e costruire il blocco sociale indispensabile per uscire dalle attuali condizioni;

una risposta sull’aspetto potere, che permetta alle soggettività individuali di dare il loro contributo determinante in questo processo. Tenendo ben presente che le soggettività, determinanti in una fase, sono anche estremamente “pericolose”: come lo è, sempre, il desiderio di potere, comunque giustificato. Quelle stesse soggettività - risorsa per raggiungere l’obiettivo - diventano, una volta raggiunto l’obiettivo, conservazione dell’esistente. E’ la storia del fallimento delle rivoluzioni del 20° secolo. Da questo punto di vista una struttura verticale è estremamente debole, proprio perché si può facilmente occuparne  la linea di comando. Il che blocca i processi: e la selezione conseguente secondo il criterio dell’obbedienza produce quell’avvitamento sulla mediocrità, causa principale del decadimento attuale anche della cosiddetta sinistra.

L’unica struttura in grado di governare la complessità e rispondere alle necessità dell’aspetto cultura e dell’aspetto potere delle organizzazioni è la struttura di rete.

Questo sistema organizzativo che ridefinisce continuamente se stesso si definisce autopoietico: può essere rappresentato come una rete di processi di creazione, trasformazione e distruzione di componenti che, interagendo fra loro, sostengono e rigenerano in continuazione lo stesso sistema.

Questa è la struttura organizzativa che, secondo me,  occorre costruire in questa fase: nel mentre si costruiscono, con gli stessi criteri, i singoli nodi territoriali.

Buon lavoro.  Nello Coppi

 

 

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